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Raccontami Tussio

 

 

Raccontami Tussio

a cura di Toni Santogrossi

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Introduzione

 

            Leggendo il libro: “raccontami L’ABRUZZO” a cura di Rita La Rovere, edizioni Tabula Fati del 2017, senza molta fantasia ma con spirito pratico e di “servizio”, ho pensato che un lavoro simile, se non uguale, si sarebbe potuto fare anche sul nostro paese: Tussio.
            Non ho fatto altro che avere l’idea, proporla, raccogliere le testimonianze degli autori e curarne la pubblicazione.
            Come prevedevo, è venuto fuori un lavoro molto interessante. Forse utile e prezioso.
            Le esposizioni presentate, spontanee e genuine, le tante teste e le visioni diverse hanno offerto uno spaccato vario, poliedrico, sempre interessante.
            I racconti, brevi, anzi gli elaborati, sono tutti “belli”.
            La varietà dei temi trattati, delle situazioni raccontate, dei personaggi descritti o nominati, ne fanno, comunque, un’opera di memoria.
            Le narrazioni sono arrivate da tutti. Tante, sono arrivate da chi ha a cuore il paese e che, a volte, non lo dichiara o non lo dimostra apertamente. Anche questo è un “valore” esistente che ho scoperto solo ora.
            Forse è venuta fuori una parte dell’auspicata anima del paese. Per paese ho inteso riferirmi al territorio, ai prodotti, alle persone, alla loro cultura e al loro insegnamento; ai ricordi ma, anche, allo sviluppo di progetti o di sogni del futuro.
            Gli elaborati sono stati pubblicati in ordine di arrivo.

 

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Toni Santogrossi

Onestà intellettuale

Mi commuovo quando ripenso alla scena e al suo significato.
            Era il 1965. Io e mio padre, Adolfino, andavamo in campagna con il traìno....
            Papà era stato amministratore comunale dal 1958 non so fino a quando. Ma io non lo ricordo. Ero troppo piccolo e poi, a casa, non si parlava, quasi mai, di politica. Ognuno, però, sapeva collocarsi politicamente al posto giusto.
           
Nel 1958, superando incredibilmente ogni barriera ideologica, soprattutto per l’epoca storica, al Comune di Prata si fece un listone fra democristiani e comunisti. Il sindaco, DC, fu don Tullio De Rubeis e uno degli assessori fu mio padre del PCI.
            Nel 1965 si tenevano nuove elezioni. Ogni partito si ricollocò al proprio posto e il partito comunista presentò una lista propria. Ricordo che, per convincere mio padre a candidarsi, vennero a casa Romeo, Faelino e Artidoro di Prata.
            Mio padre non voleva. Poi, solo per dovere di partito, dette il consenso. E, credo, che le sinistre fossero anche divise. Non c’era nessuna possibilità di successo. E, comunque, lui non se la sentiva di impegnarsi ancora in Comune.
            .... riprendiamo la scena del traìno.
            Alla fonte, di fronte alla bottega del fabbro ferraro, si fece avanti Elvira d’Achille, fece un cenno di fermare il carretto, si rivolse a papà e, senza accennare ad alcun argomento, disse seccamente:
            - stai facendo sul serio?
            e papà:
            - No!
            Senza dire altro, con una intesa sottaciuta e chiara, papà, con le redini, dette una scrollatina sulla groppa di Mora, la nostra cavalla, e la spronò:
            - aaahhh!!!
            Il traìno si mosse e ripartì verso la campagna.
            Non si capirebbe nulla se non dicessi che, Elvira, moglie di Achille, con tutta la numerosa famiglia, era una democristiana sfegatata. Però, onestamente, aveva apprezzato il lavoro di Adolfino in amministrazione e lo apprezzava anche a livello personale, pertanto, a malincuore, lo avrebbe votato anche sotto l’odiato simbolo della falce e martello.
            Papà, onestamente, le disse di non votarlo perché, lui, non se la sentiva di andare in Comune e, quindi,  rappresentarla seriamente.
            Questo è l’esempio di onestà intellettuale ovvero, credere in quello che si pensa e si dichiara, che acquista ancora più valore perché riguarda la politica.  Immaginiamo una scena del genere oggi; con le persone di oggi, con le balle – bugie – che i candidati di oggi raccontano. E vediamo le persone – gli elettori –  in malafede, che, per giustificare le loro scelte politiche, fanno finta di crederci.

Toni Santogrossi, tussiano da sempre e da entrambe le generazioni, nato, in loco, nel 1954. Si è preoccupato di raccontare ciò di cui è venuto a conoscenza sui libri “storie di Tussio” e sul sito www.tussio.it.

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Mauro De Rubeis

La terra

Farraginosi tentativi di concordare le “rimpatriate” del mercoledì di un gruppo d’amici, tra sms letti troppo tardi e “telefonate non risposte” (!? è italiano??), magicamente vennero rivoluzionati con la creazione del “gruppo WhatsApp”. Metodologia moderna, contatti snelli, ognuno con tutti: si va a ruota libera (e a basso costo!!! J) Felice invenzione.
            Tutto nella norma del dilagare dei “gruppi” e dei continui cicalecci di suonerie cinguettanti? No, è un forum strano, che farebbe rizzare i capelli a qualunque decriptatore delle Forze dell’Ordine captasse le chat. Era successo che, piano piano, il testo dei  messaggi aveva tralasciato il patrio idioma  per convergere naturalmente e spontaneamente nel dialetto: Cu facét?  S vedemquistu o quiratru? Vernacolare nell’accezione di teatranti e addetti ai lavori ma, in effetti, qualcosa di diverso. Nessun purismo: le loro nonne non avrebbero parlato così! È un mix di ricordi (anche inesatti), di frasi “storiche”, di storpiature e Fusarismi ( intendendo i paleo-neo-logismi dell’inesauribile Giovanni De Santis) che WhatsApp, prima ostico e negazionista, dopo un po’ però capisce!! E finalmente cominci a scrivere “marcu…” e subito ti da “marcurdì”! Ha imparato e non occorre più cancellare e riscrivere 20 volte!
            E allora emerge la travolgente sinergia tra i due ausiliari, dove “avast” è eravate e “fussaste” è aveste. Il verbo “dovere” è sepolto:avassam e tenassam si sbarazzano brillantemente di “dovremmo”.Dilagano esotismi: dal Cuje? (che cosa?) di sapore rumeno-mexicali, alla terribile triade amarico-araba di ndeccndé, ndessndè e ndellndé! Tecnicistiche esclamazioni di stupore genuino diversificate dalla distanza dell’evento stupefacente dal soggetto stupefatto; praticamente il questo, codesto e quello di burocratichese memoria. E poi la ridda di consonanti dai toni balcanici negli aggettivi:strucc/stracc/rvotcat/strncnat/sdllung, estendibile anche a certi toponimi: Prtar/Ncarditr. Gli imperativi,compressi e taglienti: levt /movt/vattn, non c’è posto per obiezioni! Desueti attrezzi agricoli rievocano vestigia feudali:bajardo/ vavujere. Rivive la tradizione gastronomico-pastorale con l’ajino a trionfare sulle graticole (raticce) relegando l’agnello a dicitura da menù stellati. Restando nel settore si assiste al tracollo del sistema metrico-decimale nella misura prediale della coppa! E come si fa a misurare una terra (sarebbe un terreno ma si deve dire una terra…) con le coppe? Si parcellizza, premettendo alla quantificazione l’espressione di salvaguardia per l’estimatore del sarrà, secondo la scala ascendente di valori: sarrà…na coppa scarsa, vasciena coppa, m’baccia a na coppa, e a seguire poc chiù /chiù / per poi ricominciare con … scarsa na coppa e mezza, e di seguito all’infinito E’un vocabolario ristretto, non ha un grandissimo numero di termini. I luoghi prospicenti bacini d’acqua, lacustri, fluviali o balneari che siano, si identificano col termine omnicomprensivo di Riviera. Tutto ciò che è traballante, malfunzionante o comunque non a regola d’arte si qualifica come stroppio; qualora l’oggetto fosse poi in condizioni particolarmente scadenti verrebbe declassato alla sub-categoria rtravr.
            Etc, etc etc(E sarebbe bello andare avanti a lungo ma i limiti d’impaginazione imposti da Toni sono perentori = Më piacessë continuà ma Toni ha dittë che sogna scrivë pochë*)
            È una lingua per pochi eletti: qualche centinaio di persone su questa Terra (nel senso di pianeta del sistema solare) e anche questo scritto sarà compreso pienamente da non molti.
Il resto del mondo viaggia su un altro binario ad un’altra velocità. Però oggi sono sceso da quel treno per tornare ad essere un po’ più me stesso. Domani, giovedì, dovrò risalirvi, ma vójë, pëquessintantë, è marcurdì*!!!!

*ndr. Le parole in dialetto sono state scritte in modalità semplificata ipotizzando l’uso della tastiera di un telefonino.
Le frasi asteriscate sono invece più conformi alle regole canoniche della scrittura in dialetto che ne consentono la lettura a chiunque recuperando le vocali omesse (o se vogliamo sottintese) nella consuetudine popolare.

Mauro (Eliseo) De Rubeis (L’Aquila, 1956) Residente a Francavilla al Mare (CH) Impiegato, qualche volta musicista e un po’ di più artista.

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Luigina De Santis

Le Streghe?

       Quando sono tornata a Tussio dagli Stati Uniti, piccola di sette anni, ho cominciato a sentir parlare delle streghe. Non riuscivo, però, ad immaginarle davvero finché, qualche tempo dopo, ho vissuto un’esperienza che me le ha inaspettatamente materializzate.
            Mi trovavo con mia cugina Cesira a casa di zia Vincenza; ad un certo punto Cesira ebbe l’incarico di portare delle riviste alle Gianberardine e mi chiese di accompagnarla. Raggiungemmo la loro abitazione, salimmo la scala e bussammo al portone. Quando si aprì apparvero due figure, completamente vestite di nero, entrambe con lunghi capelli grigi spioventi oltre le spalle; parlavano con una vocina sottile e lontana, quasi una eco da posti strani e remoti. Ci fecero entrare in un grande locale dove il fumo, nel corso degli anni, aveva conquistato le pareti ed il soffitto come un’edera caliginosa ed implacabile. Furono gentilissime e suadenti e ci offrirono dei confetti prima di salutarci. Appena chiusa la porta scesi le scale a precipizio e buttai lontano i confetti, per paura di un maleficio che facesse ingrigire anche me!
            Dopo più di quarant’anni molti ricordi sono lontani e sbiaditi ma quello dell’antro annerito, e delle figure grigie che lo abitavano, il tempo me lo ha preservato ancora vivo, come se fosse successo ieri.

Luigina De Santis, 1965, vive a Roma

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Angelo Colangeli

La vendemmia di tutti i Santi

Nelle stradine di Tussio all'imbrunire delle giornate a ridosso delle festività di
Tutti i Santi, quando il sole ormai si era ritirato oltre la cima della Crocetta, una leggera nebbia avvolgeva e inumidiva il paesaggio. La brezza dell'autunno ormai inoltrato era pungente, invadeva le narici e si insinuava sotto il mio maglioncino, stuzzicando il desiderio di un ambiente caldo.
                Quell'atmosfera all'apparenza cupa e malinconica che sembrava uscita da una fiaba dei fratelli Grimm, era invece resa particolare, direi allegra, da un evento che si ripeteva ogni anno in quel periodo a Tussio come in altri borghi delle nostre montagne: la vendemmia. Una vendemmia molto tardiva rispetto alle zone collinari e costiere del resto dell'Abruzzo, baciate da un clima più mite e assolato.
            Per raggiungere la casa di mio nonno attraversavo quasi tutto il paese, percorrendo a passi svelti vicoli a quell'ora già semideserti. La vista dei caratteristici archi semibui che incontravo lungo il percorso mi trasmettevano una sensazione di mistero.
            Quella era la sera che chiudeva il ciclo dei lavori legati alla vendemmia. Ai miei occhi era speciale. Si procedeva infatti alla torchiatura delle uve dopo la loro pigiatura. Per questo motivo le finestre delle cantine, a volte poco più che modeste fessure, strada facendo erano tutte illuminate.
            La loro posizione spesso a livello della strada permetteva di vedere l'interno, quasi sempre scavato nella roccia. Si percepiva l'attività di uomini e donne affaccendati perché tutto andasse per il verso giusto, attenti custodi di antiche tradizioni.     
            Si udiva nettamente nel silenzio della sera il ticchettio dei torchi manovrati dai più giovani e forti della famiglia, che scandiva il tempo e faceva da sottofondo ai loro dialoghi. Nel mentre i più anziani facevano commenti e previsioni sulla quantità e qualità delle uve raccolte.
            La fatica veniva addolcita dal racconto di aneddoti e storielle paesane, spassose e divertenti, che facevano rivivere situazioni e personaggi del passato. Le divertite risate e sfottò che ne seguivano erano accompagnate dal classico bicchiere di vino, che bevuto in compagnia era il segno della condivisione di sacrifici e piaceri.
            Giunto a casa di nonno Raffaele nel rione detto "della faina" ai piedi del paese, entravo da un grosso portone in legno grezzo sulla sinistra dell'ingresso principale. Si apriva così un mondo arcaico, affascinante, immutato da generazioni.
            Il primo ambiente anticamente era una stalla con mangiatoia e abbeveratoio in pietra, al centro del quale troneggiava il tipico carretto in legno dalle ruote alte.
            Di seguito c'era il locale con la pigiatrice e il torchio. In un angolo c'era una grossa caldaia in rame.
            In fondo c'era la cantina vera e propria. Un locale più piccolo dalla volta circolare, interamente scavato nella roccia dove erano posizionate le botti. Sembrava di essere fuori dal tempo, lontanissimi dalla realtà esterna. L’illuminazione delle lampade fluorescenti di allora creavano forti suggestioni. La cantina era quasi uno scrigno che avrebbe custodito il vino, spillato sempre fresco prima di essere portato a tavola. Quel vino che avrebbe accompagnato sia i frugali pasti quotidiani, che i pranzi delle grandi occasioni. Le feste comandate come usavano dire le generazioni di allora.
            Io attendevo con ansia un momento che racchiudeva il sapore, l'odore e il colore di quei giorni. Il momento del mosto cotto.
            Mio nonno Raffaele, piccolo di statura e dalla corporatura esile, era molto preciso e ordinato. Sia nei giorni di festa che in quelli di lavoro indossava sempre il panciotto, dal cui taschino faceva capolino la piccola catena che teneva legato l'orologio.
            Dopo la torchiatura il mosto veniva versato nella caldaia in rame sotto la quale si accendeva il fuoco. Appena cominciava l'ebollizione l'ambiente si riempiva di un vapore denso che pigramente defluiva verso l'esterno dalla porta d'ingresso, tenuta appositamente aperta.
            Quando nonno Raffaele tirava fuori l'orologio dal taschino e si avvicinava al caldaio per controllare lo stato della cottura, voleva dire che era giunto il momento di assaggiare il mosto. Ecco che le donne arrivavano con le bacinelle dove avevano adagiato fette di pane, sulle quali versavano il mosto prendendolo con un paiolo di rame.
            Mangiare quel pane fumante di mosto a volte addolcito da una piccola aggiunta di zucchero, in quella cantina avvolta dal vapore del mosto ancora nella caldaia, respirare gli odori del legno, l'aroma forte delle vinacce ammucchiate in un angolo, l'umidità che trasudava dalle pareti di roccia per me era veramente un qualcosa di magico.

Angelo Colangeli nato a Tussio nel 1960. Vive a Giulianova

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Renata Carosi

Il lavoro nei campi a Tussio
           

Della mia adolescenza a Tussio ricordo il lavoro della mietitura, trebbiatura e pulitura dei bulbi dello zafferano.
            Trascorrevo le vacanze estive a casa di mia nonna Domenicantonia Colangeli Carosi e dei miei zii Pia, Sabatino, Teresa e delle mie cugine; ero anche invitata dai miei nonni materni Giovanni Leonardis e Ludovica Portante.
            La mattina all’alba partivano “i carretti” con i mietitori che andavano in varie zone (Casale, Colle, Pretaro, etc.) a mietere le spighe di grano. Vari erano i viaggi per caricare i covoni. Raggiungevano l’aia comunale e scaricavano il prodotto in un posto stabilito per ogni famiglia formando la “reglia”, un grande cubo o parallelepipedo. Arrivava la trebbiatrice per completare la separazione del grano dalla paglia.
            Si sentiva un vociare allegro, forse anche qualche diverbio per essere il primo ad iniziare il lavoro.
            Il momento del pranzo era rallegrato anche da canti e bicchieri di vino (ne avevano tutti in abbondanza). Avevano vigne quasi tutti.
            Venivano le donne con grandi ceste (ri canestri) piene di “spasette” di pastasciutta, prosciutto e formaggio casalinghi. Il pane veniva cotto nel forno comunale, era molto fragrante e piaceva tanto “ru rujjtt” (la crosta).
            Le ragazze aiutavano gli uomini della famiglia con il semplice svago di cantare e ridere.
            Ad agosto sotto la canicola cercavano una pianta di mandorlo per sedersi e svestire i bulbi di zafferano: il prodotto era abbastanza. Poi lo riponevano nei nuovi solchi per raccogliere i fiori a metà ottobre. Era la loro ricchezza per permettersi di acquistare vestiario, casalinghi e costruire o riparare le case.
            Spesso con i miei nipoti ripeto le espressioni sagge e in dialetto dei miei e dei loro nonni.
            E’ bello rivivere la memoria, la storia di chi ci ha preceduto.

Renata Carosi Giordani, nata a Roma nel 1942, ma con Tussio nel cuore: ancora godo delle passeggiate nella sua natura.

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Fra’ Ansgar, Michele Santogrossi

Alla ricerca delle origini

            Ho visitato Tussio per la prima volta un giorno di febbraio del 1984, durante un mio periodo di studi a Roma. Sono un nipote di Luciano “Venturino” Santogrossi che è partito per l’America nel 1920, ed è morto nel 1979.  Paradosso del nipote dell’immigrante.
            Il suo secondo figlio, Armando (“Edmund” in America), nato e cresciuto a Brooklyn, morto in 2005, è mio padre.  
            Da quel giorno del 1984 in poi sono potuto tornare parecchie volte, e mi sono sentito veramente a casa l’estate scorsa, perché ho trascorso più o meno due settimane dal cugino Toni.
            Mio padre è potuto venire due volte a Tussio nell’ultimo decennio della sua vita, e questo fu uno dei più grandi piaceri della sua vita.  
            L’italiano, capito e da lui parlato, non gli ha mancato.  Magari diciamo non l’italiano, ma il dialetto, anzi, due dialetti: a Roma un tassista gli ha detto, dopo un po’ di conversazione, “Lei parla un misto di abruzzese e napoletano, ” ciò che era la pura verità, o quasi, perché la mamma, Giovannina Ferragamo Santogrossi, era dell’Irpinia in Campania.
            È stata una delusione della mia vita il non avere avuto la possibilità di imparare il “tussiano,” neppure l’aquilano in cui si esprime la poetessa Vanda Santogrossi.  
            Prima di venire per la prima volta, lessi un articolo di un’enciclopedia sul dialetto abruzzese, ciò che mi ha aiutato un po’ a capire il cugino Adolfino Santogrossi, anche se non fosse veramente necessario per capirlo sufficientemente.  Ma che sorpresa quando ho ascoltato Adolfino e un suo amico chiacchierare in puro dialetto: non avendo mai prima sentito certi vocali dell’abruzzese, non avrei potuto dire in che paese mi trovavo se non avessi saputo che Tussio era in Italia!
            Fra tante belle esperienze mie a Tussio, mi ricordo una conversazione con Lina Rossi, che mi disse una volta, “La Messa era più bella quando era in latino”.
            Cresciuto con il nuovo rito, ma avendo scoperto in certi monasteri il canto gregoriano e la Messa tradizionale, volevo assicurarmi di ciò che Lina aveva detto dalla propria esperienza.  
            Dunque ho fatto l’avvocato del diavolo, dicendo:
- “Ma si dice che la gente non capiva niente.”  
Subito fu la risposta di Lina:
- “Non è vero, ci insegnavano nella dottrina”.  
            Ovviamente, Lina parlava della propria istruzione ricevuta quando era ragazza, ma forse il suo ricordo era un esempio di quel rispetto per il sapere che, secondo Toni, distingueva da sempre “i nobili di Tussio”.
Finalmente, sarò sempre gratissimo ai parenti Sandro e Stefania per avermi fatto scoprire, più di 20 anni fa, i luoghi monastici legati al paese, e cioè il dipinto dello stesso San Tussio, monaco, a L’Aquila, le due chiese benedettine di Bominaco, e l’eremo lì vicino.  
            L’impronta dello spirito di San Benedetto in questi paesi e nelle montagne attorno rimarrà sempre un incoraggiamento per me, monaco in America, “nipote” lontano di Tussio.

Fra’ Ansgar, Monaco Benedettino, al secolo Michele Santogrossi, nato in California nel 1962. Vive nei monasteri Benedettini dell'Oregon e del Nebraska.

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Vanda Santogrossi

L’arco della Biscotta (agosto 1944)


           
            Era un caldo pomeriggio d’agosto e le stradine del mio paese, Tussio, erano quasi deserte.
            Solo sotto l’ombra di qualche archetto o di alcuni balconi sporgenti sedevano gli anziani per ripararsi dai raggi del solleone, godendosi quel venticello piacevole che accarezzava i loro visi stanchi e segnati dai pensieri e dal lavoro. Anche i bimbi più grandicelli, avevano fatto il loro pisolino e giocavano negli spazi accanto ai nonni, orgogliosi dei loro rampolli.
            Da qualche oretta, nella strada Nazionale, era terminato un nuovo attacco di aeroplani alleati contro camion e carri armati tedeschi che dal sud dell’Italia si ritiravano verso il Nord per tornare nella loro terra, cioè in Germania.
            L’ennesima scena triste e sanguinosa si era ripetuta ed io, ingenua e incauta spettatrice, avevo assistito ad essa dal mio piccolo terrazzo, all’insaputa della mamma, certamente. Lei era indaffarata nei servizi di casa e all’ascolto delle richieste di mia sorella Luigina, più piccola di me. Ma quando sentì un forte vociare, il rumore dei tacchi di cuoio degli stivaloni militari, si affacciò dal balcone anche lei. Eravamo in tre ad assistere alla scena che si presentò agli occhi, alla curva della casa di Rusulina (Rosalia), davanti la casa della Succiana e di Mariannina, dopo l’arco di Adelina la Callarara.
            Un maialino da allevamento, attaccato a una corda per il collo, era trascinato da un soldato tedesco che lo sgridava, con parole accese e non comprensibili e due soldati dietro che sorreggevano spavaldi e minacciosi un giovane che tentava di liberarsi e di parlare.
            Si fermarono, per fortuna nostra che potevamo osservare, non viste, e dell’uomo che ebbe un lampo di genio. Si fece capire che doveva fare pipì con i gesti indicativi e forse, per una volontà superiore; noi ripetevamo: - Dio aiutalo, Dio aiutalo - e lo lasciarono per fare il bisogno corporale.
            Il giovane s’infilò sotto l’arco della finanza, stradina che riusciva all’arco della Biscotta, quindi aperta ... e si dileguò.
            I tedeschi aspettarono un po’ poi si affacciarono a vedere, ma l’aria intorno risuonò di bestemmie, grida rabbiose e di rait ... rait. Come belve riuscirono dall’arco, gesticolando con le mani e facendo dei cenni a colui che teneva il maialino, che s’incamminò verso la fonte; rientrarono nell’arco. Rovistarono per un buon pezzo nelle vicinanze e dentro le porte che trovarono lungo i due archi, ma non lo trovarono. La loro rabbia fu tanta che per la burla che avevano ricevuto e per l’affronto che non sopportavano che, correndo, gridando parole inconcepibili, riuscirono dal vicoletto della Picetta, dopo aver dato tante bastonate al portone dell’orto di don Carlo Rossi con una forca che avevano trovato in uno di quei pagliai sotto l’arco della Biscotta. Si diressero verso il loro camion dove li attendeva il terzo compagno con il maialino mezzo strozzato per il cappio e, dopo aver gridato ancora (noi annichilite, abbracciate a mamma Giulia, nascoste tra i gerani, sedute per terra, sentivamo le voci stridenti), se ne andarono da dove erano venuti.
            Dopo qualche ora, sicuramente, quando tutto fu silenzio, quei pochi nelle vicinanze che avevano sentito il fracasso e rassicurati dell’assenza dei soldati, si diressero verso la piazzetta della Biscotta a vedere cosa fosse successo e videro uscire dal pagliaio sotto l’arco, con qualche filo di paglia addosso, Mimitto di Natalina, che ancora tremante per l’accaduto disse che aveva sentito la morte vicino, ma che non lo avevano trovato perché si era infilato sotto la paglia in un angolo scuro. Aveva temuto di soffocare, ma aveva allentato il respiro e sperava di farcela. Infatti, ce l’aveva fatta.
            Sapemmo dopo come si era salvato e dove si era nascosto per non farsi trovare, perché ci stemmo chiuse e impaurite per tutta la serata, anche se avevamo preso l’abitudine di non tenere la chiave alla porta (eravamo tre donne sole).
            Comunque il loro vizio era quello di rastrellare gli uomini, specie i giovani, e se li portavano con sé verso l’alta Italia e le famiglie restavano senza forza lavoro e senza difesa. Prendevano tutto quello che a loro faceva comodo e razziavano viveri per dispetto e per bisogno, ma con prepotenza e tutti avevano paura.
            Molti uomini tornavano a casa, tanto tempo dopo e tanti furono fucilati e non rividero più i loro cari.
            Fu un periodo triste per tutti e quello che ho raccontato è verosimile a ciò che successe a mio zio Sante Giorgi marito della sorella di mamma e padre dell’ingegnere Vincenzo Giorgi.
            Mio zio si trovava con un gruppetto di amici fuori la casa, alla parte di Giggi la Paganica, seduto sulle rocce che portano alla casa di Saldaleone e di Marzietta e arrivarono con l’idea di rastrellarli e ricominciarono con il loro autoritario ... rait ... rait. Era in canottiera zia Sante e, furbetto, disse loro che voleva prendersi la giacchetta. Acconsentirono e lui risalì le scale e uscì dalla porta di sopra. Attraversò l’arco di zia Vespina e si diresse verso Castelnuovo, paese della moglie, zia Domenica. Non si fermò mai, ci disse dopo. Arrivò trafelato e si allungò sul pavimento in cucina, impaurito e mezzo morto, ma salvo. Bravo Mimitto !!! Bravo zio Sante !!!
           
Vanda Santogrossi, Tussio 1928; insegnante e poetessa. Ha pubblicato tantissimi lavori in italiano e vernacolo.


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Gennaro (Rino) Carlone e Francesca Loddo

 “Ma perché proprio lì?”

            Con mia moglie ci ritroviamo spesso a raccontare ad amici e colleghi i momenti sereni e di ritrovata semplicità passati a Tussio. In fondo alla chiacchierata la domanda che ci rivolgono, dopo un brevissimo momento di esitazione quasi fosse una domanda un po’ indiscreta, è quasi sempre la stessa: “ma perché proprio lì, in quel paese?”.
            In effetti, come molte strade imboccate nella nostra vita, anche questa l’abbiamo intrapresa per caso, o quasi.
            Correva l’anno 2004. Mia moglie guardava le foto che il nostro amico Luca aveva scattato con sua moglie Merçe e la piccola Arianna come fanno tutti i genitori di ritorno da un viaggio, per condividere una bella esperienza o mostrare come sono cresciuti i propri figli.
            “Dove siete qui?”, aveva chiesto mia moglie. E Luca spiegò che, volendo acquistare una casa in Abruzzo per fuggire dallo stress cittadino di Roma, si erano imbattuti in questo angolo di tranquillità dove “si sta benissimo”: le persone gentili, l’aria pulita, i bambini passeggiano liberamente senza pericoli, a due passi dal Gran Sasso, tanti sentieri per lunghe passeggiate, etc.   “Perché non venite a trovarci? D’estate si sta benissimo”. Passarono pochi giorni e accettammo il gentile invito dei nostri amici.
            La strada per arrivare da Roma è facile - ci rassicura Luca, ci dice che non ci sono tornanti da fare per cui anche d’inverno ci si arriva bene, anche se è a 900 m circa s.l.m. per cui la neve non si fa pregare e scende abbondante tutti gli anni. Ci dice di stare attenti a un incrocio pericoloso quando si prende la SS17 per Pescara (adesso lì c’è una rotonda). Dopo il benzinaio, ci spiega, c’è il bivio per Tussio (adesso c’è qualcosa che non so come definire).
            Insomma, il paese ci conquista: si respira aria di genuinità e bontà. Una serenità sprigionata tanto da ciò che c’è quanto da quello che non c’è.
            Ci sono persone semplici, c’è aria di fiducia, ci sono i colori e gli odori autentici della natura e delle cose buone.
            Non c’è rumore, non si percepisce alcuna frenesia, non si percepisce pericolo.
            Un po’ di amarezza per le tante case vuote, abbandonate da chi ha preferito la comodità della vicina città oppure ha dovuto portar via se stesso dalla propria terra per necessità, come tanti di noi. Lasciandoci spesso un pezzo di cuore e, talvolta, voglia di ritornare.
            “Perché non prendete anche voi una casetta qui? Ce ne sono tante da sistemare e non costano molto. Così i bambini giocano assieme…”. Ci hanno convinto Luca e Merçe ma soprattutto Tussio!
            Portiamo nel cuore tante persone che qui abbiamo conosciuto (alcuni di loro hanno le chiavi di casa ma non ricordiamo neanche bene chi):
            Cesira, che ci ha mostrato “la casa nella piazza” che poi abbiamo scelto.
            Nazareno, sempre pronto alla battuta.
            Elio e Nelly Colangeli: da cui ho imparato tanto e non solo di edilizia “fai-da-te”.
            I mitici Tonino e Monique: una coppia strepitosa e ricca di risorse da cui vogliamo imparare tanto ancora.
            Toni Santogrossi e le sue mille iniziative (ricordo la sua faccia quando una volta gli ho detto che pensavo fosse lui a scrivere con la vernice bianca sulla salita che porta a Tussio).
            Giancarlo Eusanio di Prata con la moglie Caterina che tanto affetto ha dato ai miei figli (non si scorderanno mai il giro in vespa e le manovre sulla piccola ruspa).
            Giovanni il falegname”(ma ormai mi sono convinto che è una copertura: traffica in moto d’epoca e chissà cos’altro). Quanto darei per poter avere modo e tempo per imparare l’arte della lavorazione del legno!
            E tante altre persone che, non volendo, sicuramente dimentichiamo di citare; preferiamo così piuttosto che non citare nessuno per la paura di dimenticarne qualcuno.
            “Ma ci andate spesso a Tussio?” Ci vado molto meno di quanto vorrei.

Gennaro (Rino) Carlone nasce a Canosa di Puglia nel settembre del 1972.
Dopo la parentesi di studi a Torino, conseguita la laurea in ingegneria Informatica, si trasferisce a Roma, dove tuttora vive e lavora.
Francesca Loddo nasce a Nuoro nel maggio del 1971.
Vive e lavora in Sardegna laureandosi in Scienza Politiche. Vive e lavora a Roma dal 1999 quando incontra Rino, suo attuale marito.
Rino e Francesca hanno tre figli - Giorgio, Davide e Anita – e frequentano Tussio dal 2004 avendo scelto di acquistare “la casa nella Piazza”.


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Giulio Santogrossi

Il guardiano

            Fu tutto nero per molto tempo, troppo. Avvertii solo il calore dei tiepidi raggi di sole in una piccola parte del mio corpo. Ho sempre udito rumori sopra di me e voci di una lingua a me sconosciuta.
            Mai come allora sentii il calore di più mani che mi scossero, che mi scoprirono, che mi spinsero e infine rividi la luce …
            Davanti a me si palesarono tre giovani ragazzi, “i miei salvatori”, “che mi hanno fatto?” pensai; ricordo che cercai con lo sguardo il mio leale collega, “che fine avrà fatto?” mi interrogai, ma di lui nessuna traccia.
            All’improvviso urla di immensa sorpresa richiamarono la mia attenzione e riportarono la mente piuttosto frastornata a quella che poteva essere, di nuovo, la realtà. Udii “ è il cavallo di Troia!!! Ma no, è un leone! È il secondo leone!!” da quelle confuse parole capii che il mio amico era stato già ritrovato ed un senso di sollievo mi pervase.
            Un denso gruppo di persone mi attorniò, mi ammiravano. Pensai- e tuttora penso- che se avessero saputo quale fosse stato il mio reale compito, forse non si sarebbero mai avvicinati così tanto.
            Fui subito ripulito, legato e messo su di un marchingegno molto lontano da quelli della mia epoca perché davanti, a parte un uomo, non c’erano animali a trainare il carro, bensì un rumore talmente assordante da impietrirmi.
            Ricordo che mi portarono in giro per il villaggio che sovrasta la dimora del mio padrone che fedelmente e lungamente ho sorvegliato.
            Arrivammo nella piazza del borgo e assistetti a un dibattito, a tratti acceso, sulla mia futura collocazione. Decisero, infatti, che sarei rimasto a sorvegliare il paese. Fui orgoglioso nell’udire quelle parole perché, coloro i quali appresi essere i Tussiani, avevano capito quale fosse il mio antico dovere.
            Fui allocato davanti ad una casa che tutti chiamano “casa canonica”. Con il trascorrere degli anni compresi che si trattava di un tempio del culto di Cristo; e ricordai che questo nome apparteneva a colui il quale, nella mia epoca- I Sec. D.C.-, si faceva chiamare il Messia e di cui il mio padrone “se ne lavò le mani”.
            In quell’istante mi resi conto che di secoli ne erano trascorsi, e tanti!
            Mi ritrovai a essere l’attrazione di molti e incominciai a vivere una seconda vita. Turisti, bambini e chiunque lo desiderasse, si avvicinavano a me, senza timore, cavalcandomi, accarezzandomi, toccando ogni singolo centimetro del mio corpo, essendo così audaci da mettere le mani in bocca ad un leone.
            Ma da un po' di tempo a questa parte mi sento malinconico e prigioniero! Proprio io che sono stato tanto a lungo sotto terra.
            Non vedo più la piazza, non vedo più passanti mi sento solo chiuso in una gabbia.
            Comincio a sentire addirittura lo sgretolio della mia corazza.
            Sento la necessità di ricevere più forza, più attenzioni da tutti voi, voglio rivedervi ancora.
            Sono arrivato a pensare che forse sarebbe meglio andare via, raggiungere il mio amico fraterno altrove, ovunque esso si trovi …
            Non chiedo tanto, solo un “posto d’onore”, penso di meritarlo.
            “Io sono il vostro guardiano”.

Giulio Santogrossi, 1992.

 

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Stefania Landolina

La prima volta a Tussio

 

            Era un giorno d’estate, del lontano 1972, quando mio padre caricò la sua Mercedes bianca e prese l’autostrada. Alle nostre domande- di mio fratello e le mie- rispose solo che stavamo andando a trovare due suoi colleghi, i Salvati e i Gerbino, in Abruzzo; nulla di più.
            Perciò dopo all’incirca due ore di macchina mi trovai davanti un bel paesino immerso nel verde con case molto lontane dallo stile cittadino. A poca distanza dal borgo, notammo che mio padre decelerò lentamente fino a fermarsi. Davanti a noi il nulla eccetto l’erba: alta e verde. Il silenzio e la perplessità di noi tutti furono interrotti da un’unica frase di mio padre: “ecco il nostro terreno!”.
            Ricordo ancora lo sguardo di mia madre, solo dopo un po' di tempo venimmo a scoprire che quel giorno papà distrusse i suoi progetti ovvero quelli di comprare casa al Terminillo. Volevano farsi una “sorpresa” reciproca ma vinse il fattore tempo - fece prima mio padre.
            Passammo qualche giorno dai Salvati e nel frattempo cercavamo di capire come erano andate le cose.
            Papà ci raccontò che l’ormai nostra proprietà gli era stata venduta dal suo collega, Ettorino Rossi, il quale aveva lottizzato questi terreni con il fine ultimo di realizzare un centro residenziale con tanto di piscina, campo da tennis e altre attrazioni. Aveva anche una clausola: quella di farlo utilizzare ai ragazzi di Tussio.
            Come ben sappiamo le cose sono andate diversamente.
            Tra il 1973 e il 1975, dopo molte difficoltà, la casa veniva su e ci fu finalmente consegnata nei primi giorni del luglio 1975.
            Dopo i primi giorni di sistemazione, decisi che era arrivato il momento di andare alla scoperta di Tussio.
            Davanti a me solo salite!!!! Ma una in particolare segna l’inizio di quella che è stata la mia vita, via Madonna in Gloria. Proprio lì incontrai le prime persone, Toni ed Aurelio, che dopo lo sguardo attento tipico di chi “guarda il forestiero”, mi accolsero nella Repubblica e mi presentarono al numeroso gruppo di giovani Tussiani.

Stefania Landolina nata a Roma nel 1959

 

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Sandro Santogrossi

W La maestra

 

            A distanza di circa cinquant’anni, riaffiorano nella mente i ricordi d’infanzia e di vita scolastica, come biancheria riposta nei cassetti di quei vecchi comò che arredavano le quasi nude camere delle nostre case.
            Pare sia una vecchia favola quello che sto per raccontarvi, ma è storia vera, vita quotidiana, fatta di rapporti in cui vigeva il massimo rispetto per tutti, in particolar modo per le persone che avevano un grado d’istruzione superiore alla media e pertanto ricoprivano una certa posizione nella società.
            È proprio della nostra maestra che vi voglio parlare e di una tipica giornata scolastica invernale, così da far conoscere ai nostri figli com’era la nostra scuola.
            È mattina. Mia madre, già in piedi da diverse ore per svolgere le faccende domestiche, mi sveglia. Sento dal mio letto il rintocco della campana nell’orologio del campanile- ormai dismesso da anni- ovattato, e penso: “c’è neve”. Non mi sbaglio, mi affaccio alla finestra della camera e un manto bianco, come volesse proteggere Tussio, lo avvolge con la sua leggerezza e morbidezza. Solo le orme di Ercolino si vedono su quel candido manto, che, di buon mattino, va a scuola al Guaduccio ad accendere le vecchie stufe in terracotta arancione, per far riscaldare l’ambiente. Alle nove meno un quarto lo scampanellio dell’orologio ci avvisa che bisogna andare tutti a scuola. È ora. Passo a casa degli amici che si incontrano lungo il tragitto e ci avviamo tutti insieme verso la casa della maestra. L’allora Signorina Teresa abitava nelle vicinanze della scuola. Era nostra consuetudine andare a prenderla a casa, perché, un po’ per le sue manie, un po’ per il nostro divertimento, le occorreva portare a scuola parecchi utensili. Infatti, ci caricavamo di: un cuscino per la poltrona della cattedra, lo scaldapiedi, la borsa con all’interno i famosi giornalini scolastici utilizzati per svolgere il programma (dettati, pensierini, poesie, matematica ecc.) e una sedia di paglia per poggiarci il cappotto nonché un grande sciarpone nero in grado di avvolgere il viso esile della Signorina Giamberardino. Le lezioni di solito si svolgevano regolarmente. Essendo pluriclasse e dovendo diversificare i programmi, per tenerci impegnati e buoni, ci intratteneva con delle piccole esercitazioni.
            Ah! Quasi dimenticavo la mia classe era formata da tre persone: Luigino Carosi, Giancarlo Di Francesco, e me.
            Ma tutto ciò non bastava per non diventare molesti. Solo allora la sua esasperazione emergeva con le sue tipiche gestualità, come ad esempio battere i piedi sulla pedana di legno, urlare, cambiare l’anello da una mano all’altra- pronta per mollarci un ceffone- ed enunciare la sua fatidica frase “uno, due, e tre la Peppina fa il caffè”. Il ceffone, alla fine, si trasformava sempre in un piccolo gesto educativo, una carezza!
            Alle ore undici, l’ora di ricreazione, uno di noi a turno tornava a casa della maestra per prenderle la colazione in un Cestino di vimini che al suo interno conteneva una piccola bottiglia di thè o caffè d’orzo, una tazza a forma di ciotola- rigorosamente sbeccata- con dei grissini o fette biscottate o pane tostato sulla brace.
            Si riprendevano le lezioni intorno alle undici e trenta e alle ore tredici, quando l’orologio del campanile batteva il suo unico rintocco, si finiva con la scuola.
            Ci si ricaricava, allora, di cuscino, di scaldapiedi, di borsa, di sedia, di cestino ……e di maestra, pronti per ricominciare con la nostra amata Signorina Teresa!!!!!!!

Sandro Santogrossi, nato a Tussio nel 1957. Dipendente Asl.

 

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Patrizia Rossi

Il racconto dei mesi

 

            I luoghi del cuore, quelli che ti porti scolpiti dentro e scritti sulla pelle, quelli che ti parlano
di te, quelli che svegliano i ricordi sopiti, quelli della fanciullezza, dell'adolescenza e della giovinezza, quelli che ti fanno ripercorrere la vita. Quelli dove ritrovi gli affetti veri, le persone che sono state il faro, la luce, la guida. Quelli che rievocano profumi, colori e sapori. Quelli dove, dopo tanti anni, non ti ritrovi perché sono cambiati e perché tu sei cambiato, ma che quando li lasci ti fanno sentire il vuoto dell'anima.
            Raccontarmi e raccontare Tussio nei mesi ha un valore   affettivo, simbolico e metaforico.
            Ripercorrendo i mesi ricordi vivi ed emozionati pulsanti riaffiorano.
            Settembre il mese dei colori tenui e delicati, i colori della serenità, della tranquillità, della fiducia, dei nuovi inizi; il mese della vendemmia, gruppi festosi e allegri riuniti per la raccolta dell'uva, un'uvetta dai piccoli acini rossi, dolci, succosi e gustosissimi.
            Ottobre, allegri e orgogliosi nei nostri grembiulini neri, impreziositi da colletti fatti all'uncinetto dalle nostre nonne e fiocchi di raso blu, tornavamo a scuola.
            Novembre avvolto nella nebbia malinconica, nelle ore tiepide ci recavamo al cimitero e insieme con le nonne recitavamo il rosario, si preparavano le cappelle per il giorno della commemorazione.
            Dicembre portava tutta la gioia e l'allegria del Natale, preparavamo con i cuori gai la recita
scolastica, durante le vacanze organizzavamo tombolate festosissime nelle case riscaldate dai camini e con le tavole sempre imbandite di ogni ben di Dio.
            Gennaio echeggiante dei grugniti strazianti dei maiali uccisi, il rosso del sangue colorava la strada e la neve. Ai bambini si diceva che avrebbero potuto reggere la codina del maiale, ogni anno mi riproponevo di essere presente ma poi il coraggio mi è sempre mancato, me ne restavo in disparte con i miei pensieri ma la sera era grande la festa perché ci si riuniva con parenti e amici e si condivideva la cena di cui ricordo ancora sapori e profumi, ilarità e convivialità erano gli elementi dominanti.
            Febbraio, mascherine di Carnevale per le vie del paese, bussavamo di casa in casa e ci venivano offerti dolciumi che a fine serata dividevamo e gaie tornavamo a casa.
            Marzo allietato dai festeggiamenti di San Giuseppe e inebriato dal profumo delle pagnottelle
benedette.
            Aprile, il suono festoso e vero delle campane annunciava la Pasqua, la rinascita.   La natura cominciava a mostrare i suoi colori, le violette facevano capolino e noi bambini le raccoglievamo in mazzolini da donare alle nostre mamme.
            Maggio, il giardino della scuola si tingeva dei colori più belli: rose rosse grosse, dai petali carnosi e vellutati, dal profumo inebriante che non dimenticherò mai e che mai più sono riuscita a ritrovare; i meravigliosi fiori di lillà, i delicati narcisi...che meraviglia! Son le cose che ho amato di più! E come dimenticare le scorribande notturne che portavano a fare scorpacciate di ciliegie... il gusto del proibito!
            Giugno il grano maturo e la trebbiatura; uomini e donne si preparavano al grande lavoro, le donne che restavano in casa preparavano pranzi abbondanti per i “mietitori”, noi bambini aiutavamo a scaricare e a ingrossare il mucchio che scalavamo nei momenti di pausa, mi piaceva respirare.
L'odore della polvere e i miei piedi sporchi di lavoro mi davano una grande soddisfazione.
            Luglio e Agosto i mesi delle ferie, delle vacanze e del meritato riposo. Tussio si animava... arrivavano i “romani”. L'estate si concludeva con le Feste di Settembre, l'attesa della festa e la gioia nel viverle presto lasciavano   il   posto a un grande vuoto e alla malinconia; il primo martedì di Settembre ci svegliavamo con il cielo terso e l'aria fresca, tanta solitudine inondava la piazza che solo il giorno prima era stata animata da canti, balli, musica e gente allegra.

Patrizia Rossi nata a L'Aquila nel 1969 da Mimina Carosi e Silvio.
Ragioniera, casalinga, sposata con Giovanni De Rubeis, mamma di due splendidi ragazzi: Letizia e
Samuele, compagna di “NaninoAmoreMio<3”.
Amante della natura e appassionata di viaggi, fotografia e lettura.

 

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Luana De Rubeis

Tussio il paese dei balocchi

 

            Ho abitato a Tussio fino ai 14 anni, era un paese di circa trecento abitanti e c'erano tre negozi di generi alimentari e un bar, il bar di Sabatino.
            Le tre botteghe erano di Mimina, di mia madre e Vincenzello. Vincenzello era un anziano signore di poche parole, si muoveva lentamente e appena vedeva noi bambini entrare, si avvicinava in automatico ai grandi contenitori di caramelle sfuse che andavamo sempre a comperare per poche lire. Non dimenticherò mai l'odore di caramelle al latte appena si varcava l'uscio della porta del piccolo negozio.
            Durante gli inverni le nevicate erano abbondanti e appena usciva il sole, imbacuccati per bene dalle nostre mamme, andavamo a sciare all'aia tutti insieme. Mio padre ci fece una slitta con dei tubi di ferro e ci buttavamo giù per la discesa facendo le gare con gli altri; Tussio in estate e inverno ha avuto sempre in sottofondo le grida di gioia dei bimbi e la musica dei ragazzi che proveniva dalla piazza.
            Le feste erano tantissime, dal mese di dicembre al mese di gennaio era il periodo in cui si lavoravano i maiali. Ogni famiglia ne aveva almeno uno e gli uomini, a turno, si aiutavano tra loro a “rifarli”, poi la sera si mangiava, cantava e ballava tutti insieme.
            La festa più bella era quella del Carnevale. Tutti, adulti e bambini, si confezionavano una maschera, ricordo Gabriele Cantera con la fisarmonica vestito da tirolese che accompagnava la sfilata per le vie del paese di casa in casa.
            Le feste più importanti erano comunque quelle di settembre, ricordo che c'era gente che veniva da tutti i paesi per ascoltare il concerto pomeridiano della banda sul bellissimo palco tondo montato sotto il campanile e quello serale delle orchestre. La maggior parte dei tussiani era appassionata di varie arti e spesso, se il gruppo musicale non era considerato all'altezza, si sollevavano diverse critiche, come quella volta che Dantuccio disse: “E' il caso di dire viva il palco”. Oggi Tussio ha circa 80 residenti il paese è immerso in un silenzio surreale, dal pizzo di piazza si stende tutta la piana di Navelli e si vede il Gran Sasso nella sua imponenza che dona un senso di pace, ma per me che ho vissuto l'infanzia e l'adolescenza nel mio paese dei balocchi, ogni angolo e strada mi riporta indietro e mi fa sentire ancora le grida e risate di bimbi e adulti che giocavano, si aiutavano e vivevano in comunione come una grande famiglia.

Luana De Rubeis, 1973. Violinista. Ha lavorato e lavora presso le più prestigiose orchestre del territorio. Attualmente è componente dell’orchestra: I solisti aquilani. Insegnante di musica alle scuole Statali.


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Pierluigi Giorgi

I matrimoni di una volta

 

            Qualche giorno prima del mio matrimonio sono andato a trovare nonna Gioconda e ne è nata per gioco un’intervista sulle sue nozze con nonno Francesco il 14 febbraio 1955.
            “ Nonnì che faceva la sposa il giorno prima del matrimonio? ” Le ho chiesto.
            ” I cu vuliv fa?!  ”mi rispose ridendo.
            Io: “ Raccontami qualcosa…sul vestito da sposa, sul giorno del matrimonio o sul pranzo”.
            Nonna: ” Il mio vestito era grigio, ma si usava anche bianco…l’ho preso a Navelli insieme al cappotto, mentre per la benedizione del giorno dopo avevo comprato la stoffa blu e Umbert’rusartor’, che aveva la bottega dove ora c’è la cucina di Silvio e Mimina, mi ha fatto il tailleur.
            Usciti dalla Messa tuo nonno, per farmi una sorpresa, aveva chiamato anche ru sparator’! Poi si andava in processione per il paese con gli sposi davanti e parenti e amici dietro con gli immancabili complimenti quasi a ogni casa!
            Il giorno del matrimonio si festeggiava a casa della sposa, noi avevamo circa 50 invitati che andavano divisi per farli stare tutti in casa quindi c’erano i grandi sopra in camera di nonna con i tavoli disposti lungo il perimetro mentre i piccoli sedevano al piano di sotto.
            Per l'allestimento della sala da pranzo si girava casa per casa per rimediare tavoli, sedie, piatti e stoviglie per poter servire tutta quella gente.
            Anche per il cibo c’era lo stesso problema quindi, il giorno precedente il matrimonio, ogni famiglia invitata portava a casa della sposa, dove sarebbe stato allestito il pranzo nuziale, il "canestro" riempito di carne, pasta, vino, formaggio, etc., necessariper la preparazione del pasto.
            Nei giorni successivi le famiglie degli sposi provvedevano a restituire il "canestro" pieno ai propri invitati”.
            A tavola sedevano solo gli invitati uomini più la sposa, una donna che accompagnava la sposa e una donna che accompagnava lo sposo, Le altre dovevano cucinare e servire il pranzo che consisteva di solito di:

Antipasto:
Affettati misti di maiale
coratella

Primi:
brodo di gallina con gnocchetti fritti
pasta all'uovo con sugo di carne

Secondi:
spezzatino di agnello cacio e ova
cosciotti di agnello cotti al forno comunale in piazza
pollo ripieno disossato e riempito con mollica di pane, salsiccia e macinato di vitello

Torta:
pan di spagna con crema
tiramisù

La sera ci si spostava di nuovo in processione a casa dello sposo e si aprivano le danze. Anche il giorno dopo si tornava a pranzo a casa dello sposo dopo la benedizione in Chiesa”.

Pierluigi Giorgi nato a L’Aquila nel 1985, ma cresciuto nel Paese più bello del Mondo!

 

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Nevio Pelino

Un luogo dove sono poche cose…

 

            Una volta andavamo a Tussio non solo d’estate per difenderci dall’insopportabile caldo romano, ma anche a Pasqua e in pieno inverno. Anzi, è proprio a questa stagione che si riferiscono alcuni dei ricordi più belli. Con i miei sci da fondo mi avventuravo lungo strade e sentieri di campagna coperti anche solo da qualche centimetro di neve, padroneggiando così l’intero territorio; una mattina, essendo la strada principale pressoché impraticabile per il ghiaccio, andai al supermercato di San Pio con gli sci, munito di uno zaino nel quale stipai pane, latte e altri generi alimentari: un’esperienza indimenticabile nella sua semplicità. Appena veniva sera si chiudevano con cura le imposte per trattenere in qualche modo il calore e subito si accendeva il camino, presso il quale si passavano lunghe ore a chiacchierare, a leggere o anche a preparare qualche buona pietanza alla brace.
            Potremmo dire di Tussio in piccolo quel che Borges riferisce alla grande Spagna: un luogo dove sono poche cose, ma dove ciascuna sembra starvi in modo sostanziale ed eterno. Penso alle sensazioni che provavo e provo talvolta nelle mie passeggiate serali e notturne: il profumo della campagna caratterizzato - ne sono convinto - dalla silene vulgaris (ogni luogo ha il suo odore e se lo ami te lo porti dentro, così dopo cinquant’anni ritrovai presso il lago di Bolsena il profumo che avevo sentito a Villalago da bambino); il lieve vento che agita appena il manto erboso dei campi; il chiarore fiabesco della luna piena - l’albedo - che illumina la strada e la campagna tutt’intorno mentre l’ombra prodotta dal mio corpo si duplica con quella un po’ più scura derivante dall’impatto con un’altra sorgente luminosa, quella dei lampioni; il buio della notte, quando mi spingo più in là, oltre la zona raggiunta dalla pubblica illuminazione. Cosa c’è di più semplice e più intenso del buio notturno sotto un cielo stellato? Osservare la volta celeste, riconoscere le costellazioni, andare a caccia di stelle cadenti o della galassia di Andromeda, abbandonarsi a meditazioni tra lo scientifico e il fantastico circa il moto dei pianeti, la sproporzione tra l’immensità dell’universo e la piccola sfera terrestre sono piaceri negati a chi vive in città e a chi non sa alzare lo sguardo in alto, per liberarsi dei pensieri banali che ci affliggono ogni giorno.
            L’estate scorsa durante una di queste passeggiate ho avuto una sorpresa. A pochi metri da casa ho visto una decina di piccoli cinghiali con la loro mamma: mi sono spaventato temendo che quest’ultima potesse aggredirmi e ho accettato l’aiuto offertomi da Luca, un vicino, che mi ha accompagnato in macchina per quel brevissimo tratto che mi separava da casa. Ma anche quest’incontro con il mondo selvatico ha avuto il fascino di un’esperienza autentica e antica.
            Passato e presente spesso si incontrano e si confondono in una vertiginosa sovrapposizione. Il gioco del pallone appartiene purtroppo tutto al passato. Non solo perché non ho più l’età, ma anche perché non ci sono più i campi di un tempo. E’ andato distrutto - non ho capito perché - il campo di Sette Fonti (a proposito, anche a Rodi ho incontrato un luogo chiamato così), dove si disputavano veri e propri tornei a cui partecipavano le squadre dei vari paesi della zona. Ricordo in particolare una partita Tussio - San Demetrio: ero in campo anch’io (nonostante i miei vistosi limiti tecnici) e me la dovetti vedere con un giovane attaccante avversario che, appena mi fu accanto, si sentì in dovere di dirmi qualcosa di minaccioso come “Mo ti spacco ju culo”, salvo poi giustificarsi di fronte alle mie rimostranze con un “Si dice sempre così, no?”
            Ai margini di quel campo fiorivano i colchici autunnali, che ora non ci sono più. Non c’è più neppure il campetto dell’aia dove giovavamo per ore in genere cinque contro cinque, dandoci calci agli stinchi o prendendo storte tremende sui sassi che affioravano impietosi. Si tornava a casa sudati e stanchissimi, ma felici.
            Dopo il terremoto lì c’è ora un piccolo e anonimo insediamento di casette.
            Ma è inutile rimpiangere il passato. Il presente e il futuro degli antichi borghi dell’Abruzzo interno sono un po’ malinconici, ma la loro quiete disadorna può attrarre ancora chi sa amare la natura e la vita semplice delle cose.

Nevio Pelino (Sulmona, 1947), già docente di Lettere e poi dirigente scolastico, vive a Roma.

 

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Massimo Codéferi

I miei primi 40 anni a Tussio.

 

            Luglio 1978- luglio 2018 neanche a farlo apposta sono trascorsi 40 anni dalla prima volta che ho messo piede a Tussio splendido borgo nell’altopiano di Navelli, grazie al fatto che ero il fidanzatino della figlia di Assuntina, Pina, diventata poi mia moglie.
            Avevo 17 anni, da un anno avevo perduto mio padre ed essendo stato a quell’età caratterialmente timido e riservato, molte persone del luogo, tranne due o tre, neanche si ricordano di me in quel periodo, molto di  più negli anni a venire.
            Trascorsi, se ben ricordo, una ventina di giorni in questo posto magico... perché era ed è tutt’ora un posto magico, dove il tempo sembra rallentare, ma non solo per il fatto che si sta in vacanza, bensì, il silenzio, le montagne e le colline circostanti, le viuzze del paese, il belvedere incantevole, rende il posto veramente unico.
            I borghi d’Italia si somigliano molto tra di loro, ma ciò che rende poi tuo il borgo può dipendere sia dal fatto che è la propria terra d’origine, oppure da altri svariati motivi... il mio fu per amore e, in amore, tutto diventa un incanto.
            In questi 40 anni di frequentazione, rammento uno dei momenti più belli che ho vissuto nei periodi di vacanza negli anni 93/95 i quali furono veramente belli divertenti e spensierati in quanto si creò una bella comitiva costituita da Dante, Vincenzo, Luigi, Domenico, Rosa, Sandro e Stefania, ma anche Armando, Carlo, Sergio, mio fratello Federico che ha trascorso delle vacanze in quegli anni, e si andava a mangiare quasi tutte le sere a volte la pizza, altre il pesce, altre ancora le sagre del luogo, e si stava tutti insieme trascorrendo belle serate estive.
            Ma la serata speciale che ho nel cuore fu, appunto, nell’estate del 94 quando improvvisai un mini concerto in piazza con la mia mitica tastiera “Roland E70” e un amplificatore purtroppo rimediato al momento, suonai buona parte del mio modesto repertorio, e si radunò ad ascoltarmi molta gente, essendo oltretutto una splendida serata calda di agosto, e fu per me, una grande gioia e soddisfazione, ricevendo i complimenti, tra gli altri, per la splendida serata, da colui che ha creato questa bella iniziativa alla quale sto dando il mio piccolo contributo, cioè Toni.
            La speranza è, perché no, di trascorrere nuovamente belle serate simili.

Massimo Codéferi, nato a Roma nel 1961 artista professionista mancato  ma non per questo cultore della buona musica e delle arti in generale.

 

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Laura Salvati

La mia prima estate a Tussio

 

            Era il ’68 o più probabilmente il ’69. Dopo una villeggiatura a Pineto in luglio, papà ci portò a trascorrere il mese di agosto a Tussio, sebbene la costruzione della nostra casa - che lo aveva visto impegnato per molti mesi - non fosse ancora del tutto terminata. Con noi ragazzi c’erano mia madre e mia zia, mentre papà era tornato a Roma per lavoro. Avevo cominciato a fare amicizia con i giovani del paese, qualcuno dei quali mostrava una certa curiosità per la ragazzina venuta da Roma.
            Tutti i giorni all’imbrunire mia madre, che era molto paurosa, chiudeva porte e finestre. Quella volta, subito dopo cena sentimmo suonare il campanello.
            - Chi sarà? - esclamarono quasi all’unisono le due donne, avvicinandosi con circospezione alla porta d’ingresso.
            - Chi è? - domandò con voce tremula mia madre.
            - Siamo di Tussio - fu la risposta. 
            L’agitazione non l’aiutò a capire queste parole: - I russi? - esclamò piena di stupore e di spavento - E come siete venuti fin qui? Andate via, non apro a nessuno! -
            I malcapitati furono costretti a battere in ritirata.
            Il giorno dopo appresi che la sera prima Aurelio e Ida erano venuti ad invitarmi gentilmente a una passeggiata alla quale non potei partecipare.
            Questo episodio curioso e quasi surreale segnò singolarmente l’inizio delle mie estati tussiane,  stagioni della mia adolescenza che oggi mi si presentano piene di ricordi piacevoli e di belle amicizie durate decenni e ancora vive.

Laura Salvati, Roma, 1955, insegnante.

 

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Giuseppina (Pina) Onorati

Tussio: il mio paradiso

 

            Percorrendo la SS 17 dall’Aquila verso Popoli, circa al 30° Km del tragitto, sulla destra della strada si può vedere ergere su un’altura contornata da boschi multicolore, a secondo della stagione, un incantevole paesino: il “mio adorato” TUSSIO.
            Piccolo borgo avvolto da un alone di magia, con i suoi panorami, il suo silenzio le sue stradine. Il mio angolo di paradiso terrestre, dove amo rifugiarmi per ritemprarmi e ricaricarmi dal mio tran tran quotidiano cittadino.
            Quest’amore è condiviso anche da mio marito Massimo e dalla mia adorata figlia Antonella.
            Paese natio della mia cara mamma Assuntina, dove ho trascorso da sempre le mie vacanze.
Dove custodisco meravigliosi ricordi fin dall’infanzia.
            Rivedo il mio caro papà Gino (romano doc) che amato da tutti gli amici e parenti del paese si intratteneva sotto l’albero delle “chiacchiere “ Dietro i Fossi” con la sua inseparabile radiolina.
            Il mio adorato nonno “Sor Domenico” nel suo “fantastico” orto.
            La voce di mamma che chiamava me e mio fratello Mario, intenti a giocare con gli altri, per dirci che il pranzo era pronto e quindi di rientrare a casa.
            Tutti gli amici d’infanzia.
            Le belle serate sotto il cielo stellato, come solo a TUSSIO puoi vedere.
            La magia di questo paese mi rende serena e felice
            Mi auguro che con l’amore e l’unione di tutti questo piccolo meraviglioso Borgo riesca a “sopravvivere”.

Giuseppina Onorati nata a Roma nel 1960 – impiegata e amante della cucina.

 

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Gianluca Rizzo

Ora si ri-contano le pecore
(mo’ së recontënë le pèquërë)

 

         Conosco Tussio dalla metà degli anni settanta (XX sec.) perché in questo Paese viveva un amico e, io almeno in tre periodi e per qualche settimana, ho soggiornato da lui.
            Ho incrociato, non a caso, il sito internet di Tussio e, da allora, attraverso questo mezzo, sono “tornato” spesso nel vostro paese.
            La realtà completamente diversa dalla mia, Milano e dintorni, mi sconvolse.
            Le sensazioni che provavo, contraddittorie fra loro, erano fortissime: silenzio e solitudine, pace e tranquillità, essere fuori dal mondo ed esserne, allo stesso tempo, al centro, apparente arretratezza e profonda saggezza.
            Ebbene, in quei soggiorni conobbi e parlai con molti, moltissimi tussiani. La loro socialità e ospitalità era stupefacente.
            Un contadino-pastore parlava spesso con me e mi raccontava, con il suo linguaggio non certamente semplice da comprendere, di storie di paese; tutte, però, che terminavano con una morale.
            Un giorno, arrabbiato per qualche fatto successogli, lo sentii esclamare una frase di cui non capii nulla, ma, allo stesso tempo, vista l’enfasi e la profondità con cui l’aveva pronunciata, mi colpì.
            Il giorno dopo, quando il suo animo si era calmato, gli chiesi cosa avesse detto il giorno prima, e lui, con atteggiamento calmo e filosofico, mi disse che nella vita si fanno tante cose: belle e brutte, ma c’è un momento in cui bisogna tirare le somme, e a quel momento non ci si può sottrarre, allora l’espressione che si usa dire nel mondo contadino e la riporto in italiano è: adesso si ri-contano le pecore (nota del curatore: mo’ së recontënë le pèquërë).
            Ma a questo contadino, di cui non ricordo il nome, cosa era successo?
            Pare che dovesse fare dei lavori in campagna e, in quel momento aveva bisogno dell’impegno di molte braccia. Tutti quelli che aveva aiutato nei loro lavori per tutto l’anno, si tirarono indietro nell’aiutarlo accampando, chi più chi meno, una scusa poco plausibile.
            La morale era questa: in queste occasioni si “contano” coloro che agiscono che si rendono utili e disponibili, anche controvoglia e con sacrificio, e altri, che di solito sono quelli che parlano di più, che non fanno nulla accampando alibi a giustificazione della loro ignavia.

Gianluca  Rizzo, Seregno (MI), nato nel 1951.

 

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Giuseppe (Pino) Barbato

Tussio

 

            A mia moglie piace il mare. A me no, piace la montagna. Non è che non abbia mai frequentato il mare, anzi da giovane sono stato velista in regate e skipper. Ma stare fermo al sole sulla spiaggia proprio non mi va.
            Quando avevo tempo, andavo in montagna, specialmente nell’Appennino modenese, dove avevo degli amici, o nel frusinate e nel reatino dove le mie sorelle hanno una casa, e anche da solo godevo delle passeggiate nei boschi o sui crinali.
            Sento il desiderio di avere una casetta tutta mia dove trascorrere le mie vacanze.
            Un mio collega abruzzese mi dice che al suo paese, Prata d’Ansidonia, ci sono molte case in vendita per pochi soldi, il paese si sta spopolando e nessuno ha più interesse a mettere a posto le vecchie case.
            E’ un primo week end di settembre, finalmente si va in avanscoperta per la ricerca di una casa. Veramente è solo una gita esplorativa ancora non abbiamo le idee chiare su cosa cercare e su quanto possano essere i “pochi soldi”.
            Organizziamo il viaggio, abbiamo due figlie piccole, una di circa sette anni ma la piccola ha solo sei mesi. Borsa con tutto il necessario, pannolini asciugamani e salviettine, latte in polvere e biberon.
            Le indicazioni ricevute sono chiare: autostrada per L’Aquila, uscita L’Aquila est e poi diritti sulla SS 17 per una ventina di chilometri fino all’indicazione Prata d’Ansidonia.
            Il viaggio si rivela favoloso, arriviamo a 800 metri s.l.m. senza una curva. Questo impressiona favorevolmente mia moglie che soffre le strade di montagna.
            Arriviamo a Prata e rimaniamo un po’ perplessi. Non ha per niente l’aria di un paese di montagna e poi si affaccia tutto sulla provinciale. Ci sembra pericoloso per le bambine. Ci guardiamo intorno e non riusciamo ad avere buone sensazioni. Poco distante ci sono dei resti romani e una chiesetta forse risalente al mille d.C. ma il posto non ci “prende”. In compenso c’è un ristorante, si è fatta ora di pranzo, e decidiamo di andare a mangiare.
            Siamo soli, chiediamo se possiamo mangiare qualcosa di caratteristico ma ci rispondono che ormai la stagione è quasi finita e non hanno preparato molte cose. Domando se è possibile avere un misto di carne alla brace ma visto che non c’era nessuno non avevano acceso neanche il fuoco.
In conclusione mangiamo degli spaghetti al pomodoro e una fettina in padella. Non c’è che dire, come a casa.
            Ci prepariamo al ritorno. Sulla strada che porta da Prata alla SS 17 vediamo un piccolo paese molto caratteristico alla nostra destra.
            Un po’ per curiosità e un po’ per dare senso alla nostra gita decidiamo di andare a vederlo.
Entriamo dalla parte di Settefonti e imbocchiamo via della Faina. Andando avanti quasi brucio la frizione nella strettoia formata dalle scale che occupano la stradina. Riesco faticosamente a passare e come ho occasione svolto su uno slargo e fermo la macchina.  Scendiamo e giriamo a piedi.
            Nel paese non c’è nessuno cominciamo a passeggiare per i vicoli che piano piano ci portano verso la cima dove vediamo due chiese e una torre che domina il paese e la vallata.
            La vista e da mozzafiato, con il Gran Sasso che incombe davanti a noi. Alla nostra destra in lontananza il massiccio della Maiella e dietro di noi, adesso non visibile ma che ho visto arrivando, il Sirente. Per chi ama la montagna sono nomi importanti.
            Nello scendere verso la macchina buttiamo l’occhio ai vari cartelli di VENDESI, ma sono tutti un po’ scoloriti e non si leggono i numeri telefonici. Incontriamo una persona che sta andando a dare da mangiare alle galline e gli chiediamo qualche informazione sulle case in vendita. Ci risponde che anche lei ha una casa da vendere ed è disposta a farcela vedere. Prende le chiavi e ci accompagna a vederla. Pochi passi e arriviamo in un cortiletto chiuso, irraggiungibile dalle macchine e un terrazzino grazioso e ampio. Mia moglie se ne innamora subito.
            La casa non è in buone condizioni e manca anche il bagno, ma con la mia esperienza maturata nei controlli nei cantieri, riesco a vederla già come verrà alla fine dei lavori di restauro. Anche il prezzo è abbordabile e siamo soddisfatti della casa e del paese.
            Ormai è tardi, ci appoggiamo a casa della signora per cambiare la piccola e scaldare l’acqua per fare il latte e nel frattempo ci viene offerto un caffè e delle “ferratelle” fatte in casa. Rimaniamo d’accordo di rivederci presto con più calma e affrontare tutti i particolari legati alla vendita.
            Torniamo a casa contenti ma al tempo stesso con molte apprensioni e dubbi. L’acquisto, i lavori, i soldi.
            Ma è tardi, si torna a casa. Domani è lunedì e bisogna andare al lavoro.
            Lunedì mattina, posto di lavoro, incontro il collega e gli racconto che il giorno prima sono andato a Prata, ma che non mi ha entusiasmato. Gli racconto con molta enfasi che proprio lì vicino c’è un altro paese, chiamato Tussio, che ci è piaciuto tantissimo e che stiamo anche mezzo in trattativa.
            Il collega mi spiega che Tussio è il suo paese ma che è frazione di Prata d’Ansidonia ed è per questo che aveva sempre parlato di Prata e non di Tussio.
            Siamo ritornati e a dicembre siamo tornati di nuovo per fare l’atto dal notaio.
            Dopo sono iniziati lunghi e faticosi lavori, fatti da me stesso nei fine settimana, fino a ottenere una casa come la volevo.
            Sono passati venticinque anni e mi sono integrato nei pochi abitanti del posto. Amo questo paese e lo sento un po’ anche mio.
            Le figlie sono cresciute, anche l’ultima arrivata, e dopo il terremoto che ha disperso nativi e villeggianti hanno perso l’interesse al paese.
            Ma per me è importante passare alcune settimane o qualche fine settimana, anche da solo, a Tussio.
            E’ per me rigenerante trovare quella dimensione paesana fatta d’incontri, di chiacchiere e d’iniziative estemporanee, sentirsi parte di una comunità anche se per pochi giorni o poche ore.

Giuseppe Barbato, 1958, Roma, con casa a Tussio da oltre 25 anni.

 

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Antonella Codèferi

La partenza per Tussio

 

            La partenza per Tussio è sempre stato un momento magico per me, sin dalla mia infanzia. Ed è per questo che voglio raccontare, in questo breve contributo, quello che provavo e provo tuttora quando finalmente arrivava il giorno di lasciare il caos di Roma per la quiete e l’aria buona del mio paradiso terrestre in provincia de L’Aquila.
            Ricordo le estati da bambina, quando avevo la fortuna di trascorrerci ben tre mesi, dalla chiusura della scuola, a giugno, fino alla riapertura a settembre. Tre mesi così intensi da farmi dimenticare l’accento romano e, invece, imparare quello aquilano: d’altronde, si sa, da  piccoli è facile imparare nuove lingue!
            Ma quello che ricordo con maggiore affetto è proprio il viaggio.
            Tutto aveva inizio la mattina presto (abitudine che ahimè non abbiamo perso e per me che sono una dormigliona è davvero un trauma!), mia madre veniva in camera a svegliarmi almeno due volte. Poi bastava che dicesse “Forza Antonella, non sei emozionata che andiamo a Tussio?”, che subito la mia mente si liberava dalle braccia di Morfeo, per attivarsi nei preparativi. Colazione, vestiti, ultimi giochi e qualche libro e poi via, dentro la macchina, pronta per il viaggio.
            Ed era qui che arrivava il bello. Sì, perché non partivamo solo io mamma e papà ma anche mia nonna, zio e nonno. E io volevo andare sempre in macchina con nonno. Sapevo che il tragitto non sarebbe stato noioso in compagnia delle sue storie.
            Così, tra qualche canzone cantata a squarciagola di gruppi inglesi che iniziavo ad apprezzare, ascoltavo le storie di nonno Domenico. Racconti della guerra, favole dei fratelli Grimm e poi c’era lui, il racconto che mai mancava all’altezza del paese Onna. E ogni volta lo aspettavo divertita. “Antonella, siamo ad Onna”, diceva nonno con la sua voce forte e profonda. “Te l’ho raccontata la storia di quell’amico mio?” “Forse sì, nonno, ma non me la ricordo”. “Beh c’era questo mio amico che aveva incontrato una donna e le domandò – Signora ma lei di dov’è?- e la signora – Io sono d’Onna - Sì, signora, lo so che lei è donna, ma da dove viene? - Io sono d’Onna” e sia io che nonno scoppiavamo in una risata fragorosa perché avevamo capito il gioco di parole.
            Ed ecco che poco dopo si vedeva finalmente dalla statale 17 il campanile in lontananza. Eravamo arrivati. Ancora oggi, quando passo davanti ad Onna, non posso che ripensare a quel racconto, che era l’epilogo dell’arrivo a Tussio.
            E ancora oggi mi strappa un sorriso nel dolce ricordo del mio caro nonno.

Antonella Codèferi, 1990, amante delle lingue straniere, passione che sta trasformando in professione, dopo aver conseguito la laurea magistrale in Scienze Linguistiche, Letterarie e della Traduzione.

 

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Gianluca De Benedictis

Ritorno

 

            Un prato verde, il profumo fresco di fieno, le farfalle e le api che accarezzano i fiori ed io, disteso sull’erba, che osservo le nuvole disegnate sul cielo azzurro e terso: questo per me è Tussio. Bellezza, silenzio, stupore, il vento che gonfia i faggi e tiene alta la poiana sui monti, i cerbiatti che, in lontananza, si affacciano nei campi coltivati uscendo dal fitto del bosco e il profumo dell’erba bagnata dopo il temporale estivo.
            Per noi ragazzi, i periodi di scuola erano semplici intermezzi rispetto ai giorni che, tutti gli anni, inesorabilmente, trascorrevamo sulla Piazza della Chiesa, a suonare la chitarra, oppure vagando in giro per il paese, in campagna o a Sette Fonti per le partite di calcio.
            Le amicizie e le relazioni in questo pezzo d’Abruzzo hanno sempre avuto un sapore avvolgente e unico, non perché le persone fossero speciali, ma per l’atmosfera magica e intensa del luogo e per il senso di libertà che vivevamo nello sperimentare esperienze sempre nuove.
            Il freddo intenso e secco a Tussio, in inverno, non fa male. Quando riuscivamo a tornare, con la neve, io e i miei amici andavamo nei boschi oppure sulla pineta dietro la Crocetta, da dove scendevamo con un vecchio slittino in legno giù per il pendio, sfidando i sassi, gli alberi e la sorte. E la sera, quando tornavamo sulla piazza coperta di neve, sentivamo l’odore del fuoco dei camini accesi.
            Le estati invece, quasi sempre, duravano da giugno a settembre. A giugno salivamo sugli alberi a mangiare le ciliegie, a luglio e agosto raccoglievamo albicocche e susine, a settembre mele e more: ogni stagione aveva le sue primizie, spesso colte in gran fretta per evitare il disappunto dei proprietari degli alberi. E poi le passeggiate nei boschi, con il profumo del timo fra le rocce del Monte Bussito, le serate fresche sotto il cielo stellato e le mille avventure che rendevano ogni giorno diverso dall’altro.
            Le feste patronali sono sempre state il momentopiù importante del periodo estivo, una specie di “sabato del villaggio”: dopo si tornava a Roma alla vita quotidiana, che appariva sempre un po' grigia. Le serate di settembre, nel freddo pungente, ad ascoltare l’”orchestra”, il tiro alla fune e il palo della cuccagna, i tornei di calcetto sul campo dell’aia, la banda musicale in giro per il paese e la “marcia ecologica”, che ti regalava paesaggi e visioni uniche di Castel Camponeschi o dei resti dei Vestini sull’Ansidonia.
            A Tussio stai bene perché ti senti sempre un po' a casa. Non tutti riescono a comprendere la nostra passione, compulsiva e viscerale, per questo piccolo universo ameno e solitario. Probabilmente neanche noi riusciamo a comprenderne, fino in fondo, la natura. Sappiamo solo che Tussio è un luogo in cui vuoi tornare, sempre e comunque, perché non ne puoi fare a meno, anche solo per assaporare l’aria fina della sera e per ammirare il Gran Sasso, rosso nel tramonto, seduto sulla panchina in piazza.

Gianluca De Benedictis,1971, Colonnello della Guardia di Finanza, attualmente a Parma.

 

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Margherita C.

Caro Papà

 

            È la tua figlia Margherita che ti scrive, ti fa piacere o ti da noia e fastidio?
            Comunque la cosa vada o sia per te gradita oppure sgradita io scriverò lo stesso, scrivo perché sento un desiderio tanto forte di ricevere almeno una volta sola, una lettera dal mio papà, questa soddisfazione vorrei, che finora di quante volte ho scritto al mio papà, mai ho potuto godere la gioia di leggere una sua parola indirizzata alla sua piccola Margherita di una volta, che ora sta facendosi grande e incomincia a capire e pensare tante cose.
            Voglio dirti come mi è venuta l’idea di scriverti ancora una volta. Io in questi giorni mi trovo a Tussio, dopo avere trascorso un mese di mare a Pescara che ho avuto la provvidenza di esserci stata mandata dall’Assistenza Pontificia. Sono venuta a trascorrere il resto delle vacanze con la mia mamma, e proprio oggi, trovandomi alla casa di Santina, la mia compagnuccia, è venuto il postino a portare la lettera che il papà scriveva alla famiglia. La mamma Elda ha aperto la lettera e l’ha aperta trovando un biglietto dicendo:- questo tuo padre l’ha scritto a te.
            Santina l’ha preso in mano e si è messa a leggere. Il papà gli diceva tante cose belle e tra le quali, che lui era rimasto contento che era stata promossa anche quest’anno, che a scuola era molto brava se seguitava così l’avrebbe fatta studiare e intanto gli rimandava 5 dollari per regalo.
            Anch’io sono stata promossa papà, ma a te non interessa più nulla è vero della tua Margherita!...
Mi ha detto Santina - a te ti scrive papà tuo?
Non ho risposto, mi è venuto solo da piangere e sono scappata via. Sono andata a casa a raccontare a mamma che a Santina gli aveva scritto il padre. Ho detto - ma perché a me papà non mi deve scrivere mai? Che cosa gli ho fatto io che non mi ha mai risposto neppure quando gli ho scritto?
- Perché tu il padre non ce l’hai – mi ha risposto mamma, e si è messa a piangere.
- Ma non è mica morto papà – ho detto io. Anche Pina mi ha detto che il papà lo vede sempre e che sta bene.
Ho detto io – proprio adesso vado a comprare la carta e scrivo subito una lettera a Papà. Sono sicura che questa volta mi risponderà senz’altro. Sono andata di corsa alla casa di zio Dantuccio e proprio lui mi ha dato la carta dicendomi - a chi devi scrivere, al fidanzato?
Ho risposto - io devo scrivere al mio papà.
- Davvero? – mi ha detto lui! – se gli scrivi gli ci metterai i miei saluti a quel bravo cuginotto!...
            Caro papà io vorrei dirti tante e tante cose. Ma a te non ti interessa più nulla è vero. Perché non ritorni anche tu come è ritornato il papà di Santina l’anno scorso, come è ritornato pure zio Dantuccio quest’anno. Perché non vieni a rivedere come si sono fatto grandi i tuoi figli. Io arrivo alla spalla di mamma e Vincenzo è grande quasi come me. Adesso Vincenzo si trova a Roma in collegio. Mamma tra poco lo va a rivedere se sta bene. Ho detto che anche io ci voglio andare a trovare Vincenzo.
- Ma i soldi del viaggio chi te li da - mi dice mamma – ma dai che devi comprarti anche le scarpe quest’inverno e altre cose necessarie. E i soldi chi ce li da?
            Le scarpe, quest’estate, me le ha comprate la mia comare della cresima e tanto cose mi regala sempre. Anche zio Attilio Carosi mi ha regalato tante volte i soldi per comprarmi quello che mi fa bisogno e tante volte altre buone signore mi regalano ogni tanto.
- E tu papà come stai? Che cosa fai? Mi rispondi questa volta alla mia lettera? Io sono quasi sicura, questa volta, che mi risponderai senz’altro. Ne sono proprio certa, che da oggi stesso comincio a contare i giorni per aspettare la tua risposta. Dammi almeno questa volta la gioia di leggere finalmente una volta una tua lettera e mandami pure una tua fotografia che voglio rivedere il mio papà. Dopo, se tu la vuoi, anch’io ti manderò la mia e ti farò vedere come si è fatta grande la tua Margherita.
Ti vorrei dire ancora tante cose ma ho paura di annoiarti troppo e perciò chiudo mandandoti tanti cari bacioni sempre con affetto la tua figlia Margherita.


Ho trovato questa lettera in una casa abbandonata da circa sessanta anni. Casa da me ben conosciuta e frequentata.
            Questa è una lettera vera, di una storia vera. Strappa il cuore.
            “Raccontami Tussio” è anche questo: storie di emigrazioni, per un certo verso, ancora più laceranti di quelle che, oggi, compiono gli uomini, donne e bambini dal “terzo mondo” verso i paesi industrializzati.
            Oggi, bene o male, si riesce, in tempi rapidi, a comunicare con i familiari che si sono lasciati a casa.
            Allora, i tempi erano lunghi: troppo lunghi. Lungo il tempo per il viaggio, lungo il tempo per ricevere una lettera. Non c’erano aerei, non c’erano telefoni, non c’era internet.
            Viene spontaneo dare un “giudizio”, e, ovviamente, un giudizio negativo, sul comportamento di alcuni nostri emigranti che sono spariti abbandonando moglie e figli.
            Ma come facciamo, noi, a entrare nella loro testa, a comprendere le loro debolezze e le insicurezze di cui sono stati, sicuramente, vittime.
            Il fenomeno dell’abbandono della famiglia era piuttosto frequente.
            Come dicevo non si può giudicare positivamente un comportamento simile che incide in maniera indelebile nella vita delle persone che rimanevano ad aspettare; ma come si fa a non capire che, questi giovani di età fra i 20 e 35 anni, nel luogo in cui arrivavano, lontanissimo da casa, trovavano un “altro mondo”.
            Che cosa hanno trovato? Che cosa ha fatto dimenticare loro la famiglia? Cosa li ha spinti a recidere definitivamente il cordone con i propri cari e con il paese d’origine?
            Io non credo che siano stati atti egoistici. Credo, piuttosto, a grosse debolezze interiori che li hanno indotti a “fuggire” pur di non assumersi responsabilità, forse, più grandi loro.
            Queste sono state le “dolenti note” dell’emigrazione. Probabilmente, uno scotto che, sui grandi numeri, era ineluttabile che si dovesse pagare.


Scritta fra il 1957 e il 1958, quando Margherita C. aveva circa 10 anni.
La lettera è pressoché integrale. Ho aggiunto qualche virgola e aggiunto le lineette per definire meglio il dialogo che la bambina immagina di fare con il padre.

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Romana Cialfi

Gita

 

            Era un giorno pieno di sole nell’aria c’era un’atmosfera di festa. Alle due sarebbe passato a Settefonti il giro d’Italia.
            Noi ragazze di circa dieci anni eravamo tutte felici perché i nostri genitori ci avevano dato il permesso di andare a vedere la corsa lungo la strada che porta a Prata D’Ansidonia.
            All’una siamo partite Gabriella, Rossella Concetta ed Io, c’era tanta gente per cui ci siamo spinte quasi alle porte di Prata.
            Ecco che è arrivato il giro con i primi corridori: Bartali, Coppi  ecc.  ed in un baleno è finito tutto.
            Era presto cosi decidemmo di arrivare da Linuccio a prendere un bel gelato (a quei tempi a Tussio non si sapeva nemmeno dell’esistenza dei gelati).
            Arrivati a Prata D’Ansidonia ecco che iniziano i primi tuoni e come si direbbe oggi  si scatenò una “bomba d’acqua”, per cui noi rimanemmo bloccate.
            Il tempo scorreva, la sera si avvicinava e noi non sapevamo come avvisare i nostri genitori, finalmente telefonammo a Batino (Menelich) unico telefono del paese.
            Pietta, che non voleva mai chiamare le persone, mossa a compassione ha avvisato i nostri genitori che una volta appresa la notizia inizialmente si rincuorarono e decisero di venirci a prendere con il carretto di Amedeo (Mamith).
            Alle nove, finalmente eravamo a casa, già ci tremavano le gambe per la paura di prendere una bella mazziata, ma forse la gioia di vederci sane e salve ci salvò dalle botte ma non ci fu risparmiata una lunga e odiosa paternale, beata incoscienza e spensieratezza di gioventù.

Romana Cialfi, 1952, medico.

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Ersilia Cialfi

L’Asilo Infantile

 

            Non posso credere che, dopo tanti anni, quella scatola di latta è ancora lì, nascosta tra pentole, bottiglie e pignate di terracotta. Una bella scatola dei biscotti Plasmon con tanti bambini paffutelli, biondi e sorridenti. Un po’ ammaccata ma con i colori ancora vivaci: che emozione! Era il cestino per la merenda, al tempo dell’Asilo Infantile.
            Sì, è proprio così, a Tussio, in quegli anni, c’era l’Asilo e che Asilo! Un vero paradiso per il paese. Donato dal commendatore Gaetano Cicerone che, nello stesso stabile, per la sua famiglia si era riservato un intero piano attico, con un grande terrazzo, per trascorrere le vacanze estive fuggendo dal caldo di Roma.
            Per l’educazione dei bambini c’erano le suore che usavano il metodo montessoriano: un asilo all’avanguardia per quei tempi.
            Un grembiulino a quadretti bianchi e rosa per le femminucce e per i maschietti bianchi e blu.
            Non sapendo ancora leggere, ogni bambino riconosceva il proprio posto sull’attaccapanni, dove era dipinto l’oggetto o il marchietto ricamato poi sul suo grembiulino, ricordo il mio posto: c’era un rastrello.
            I bambini erano numerosi e si andava all’asilo molto volentieri. Una soluzione per i genitori, occupati sin dalle prime ore del mattino con gli animali o i vari lavori in campagna.
            Stando con le suore i figli imparavano canzoncine, poesie, giochi vari e potevano avere anche una minestra calda a pranzo. Come non ricordare quel particolare profumo di minestra a base di lardo battuto, aglio e rosmarino con cannolicchi e patate!!! Un profumo che dalla cucina inondava tutto il giardino stimolandoci già l’appetito.
            Ma in quella scatola o nei cestini – così si chiamavano i nostri zainetti – cosa potevano metterci le nostre mamme per completare il pasto? Forse una fetta di prosciutto, una mela, un pezzetto di formaggio – chi aveva la fortuna di avere una mucca o le pecore – oppure la crëstuccia, una bella fetta di pane fritta nell’olio caldo con uno spicchio d’aglio. Un'amichetta, Giuliana, talvolta, portava e ci offriva le buonissime caramelle Rossana. Che sinfonia, che bontà!
            L’Asilo era l’orgoglio del paese. Ai nostri occhi appariva maestoso e luminoso, tutto bianco con le persiane verdi; circondato da un muro alto dove poggiavano i pali per il pergolato di viti rampicanti: ombroso e ricco d’uva.
            Alberi da frutta come le prugne da un sapore inconfondibile, le albicocche e un maestoso albero di more – gelsi – e poi le giuggiole, una rarità: solo all’Asilo si potevano mangiare.
            Al centro del cortile, grandi spazi per giocare. Una peschiera circolare era un’attrazione per i bambini. In quello spazio si giocava, si cantava, si faceva ginnastica e poi, tutti in circolo, cantando: oh che bel castello Marcondino, ‘ndino, ‘ndella ... oppure oh quante belle figlie madama Dorè ... anche e son trecento cavalieri con la testa insanguinata, con la spada infilata, indovina che cos’è? E sono, sono le ciliegie ...
            Le voci allegre dei bambini risuonavano e rallegravano tutto il paese. Le ore passavano veloci: giochi, canti ma anche scuola. Poesie, canzoncine, i giorni della settimana, le stagioni: cucù, cucù la neve non c’è più. E’ ritornato maggio al canto del cucù!
            Scatole di legno con bastoncini, costruzioni, incastri, tipiche del metodo Montessori. Palle rivestite di morbida lana di vari colori e ... saperli riconoscere. Accompagnati da un pianoforte s’imparavano canzoni, poesie ... che bei ricordi, che emozione! Le ricordo tutte, per esempio: chiccolino, dove sei? Sottoterra, non lo sai? Una spiga metterò tanti chicchi ti darò.
            In questa sala-scuola, due grandi posters molto belli che ci incuriosivano. Il primo un vasto campo arato e una coppia di contadini in atteggiamento di preghiera e ringraziamento e come sfondo un rosso tramonto (Il Vespro-L’Angelus: è un dipinto di Millet, pittore del realismo francese del XIX secolo). L’altro poster rappresentava una grande fattoria con un’aia al centro, alti covoni di paglia, arnesi da lavoro, un carretto e galline, pulcini, anatre, maiali, pecore, mucche, vitelli, un asino e due cavalli.
            In questo Asilo non solo bambini; venivano anche ragazze giovani: le ragazze dell’Azione Cattolica. Ricamavano, studiavano catechismo e, con le suore, preparavano i canti della domenica per la Messa. La loro canzone simbolo: oh bianco fiore simbolo d’amore, questa è la storia della Vittoria... era un inno di entusiasmo trascinate.
            Come non ricordare la piccola cappella delle suore: un vero gioiello dove la bellezza e lo splendore riuscivano quasi a intimidire. Magnifica l’atmosfera magica di raccoglimento creata dai vari colori riflessi dai vetri intarsiati. Raccoglimento e magia!
            Si tornava a casa alle cinque del pomeriggio. La suora batteva le mani, i bambini a due a due, in fila, cantavano: ecco il sole che tramonta, dall’asilo ce ne andiamo, dalla mamma ritorniamo e domani saremo qui. Bambini tutti in fila, in fila per marciar...
           
Non tutti trovavano ad aspettarli, la mamma o la nonna, al cancello: ma allora si era già grandi e responsabili! La manina ai più piccoli e a casa. Se i genitori ancora non tornavano dalla campagna, bastava tirare la cordicella del chiavistello e la porta si apriva.
           
Ersilia Cialfi, Tussio 1942.

***

Antonio Avitabile

Ju Gran Sassu

 

Stamattina co lo friscu
Me so rizzato
Raperta la finestra
Arrete alle montagne
So visto ju Gran Sassu.
La roccia color cene
Reluccichea co ju sole primo jorno,
quasci a volè sembrà nu  pezz‘e ferro.
Come nu pastore zuzzo
Parea da locu su
Guadà tutto j’abbruzzu
O bella tterra me
Teyye da cunto ju Gran sassu
Che mamma natura
Co na cria d’accortezza
Te volle regalà tanta bellezza.

ANTONIO AVITABILE L’Aquila, 31 marzo 1967, Roma  21 febbraio 2007. Nato da mamma Giovanna e papà Fausto, di professione tenore. Nel 1972 Fausto muore e Giovanna sposa Valentino, trasferendo tutta la famiglia a Tussio. Antonio si innamora del paese, mondo favoloso immerso nel verde e racchiuso tra i monti. Diventerà tussiano d’elezione e proprio a Tussio conosce e sposa Ines. La tela di legami, relazioni, rapporti fatti di grande amicizia che ha tessuto nella sua vita troppo breve,  porta ancora frutti maturi.

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Ines Cavalli

La Festa

 

            A Giugno si arrivava a Tussio.. ed era estate!!
            Tutti gli anni, la fine di agosto segnava la fine delle vacanze, ed era momento di grande invidia: settembre significava la campane, la banda, la processione … in una parola: la festa!
            Tutti ne parlavano, ma era per me un evento precluso: non si poteva assolutamente restare. Mio padre finiva le ferie alla fine di agosto e tutta la famiglia, inderogabilmente, rientrava in città.
            Forse proprio per questo la vera festa per me era alla fine di  luglio. Ricordo ancora mamma e nonna  preparare sagnarelle e ceci nella grande insalatiera di porcellana, coprirla con il panno di lino e poi via: ciotola sulla testa e bottiglie di vino in  mano.
            Lei era bellissima: tutta gialla e inondata di sole. Il rumore assordante della grande macchina si fermava e lei ripiombava nel silenzio, rotto però dalle chiacchiere dei grandi e dalle corse dei bambini. Era bellissima: era l’Aia vestita a festa per la trebbiatura.
            Le donne apparecchiavano sulle balle di fieno il pasto portato. Zio Vincenzo, uomo di casa, pranzava chiacchierando e sorseggiando il vino per rinfrescarsi. Per me, bambina, il suo ricordo si associa, da sempre, all’odore del lucido con cui la domenica si lustrava le scarpe. Breve pausa, poi di nuovo la magia, quella vera: il grano sottile mangiato dalla macchina si trasforma in grandissime balle di fieno ed io, bambina resto lì a godermi la magia!
            Questa è davvero  la festa più bella del mondo.

Ines Cavalli, Roma 1962

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Roberta Bellucci

La mucca

 

            Avevo forse sei anni e quando sera nonna, dopo cena, urlava: “Chi va da Colorinda?”.
            Devo dire che la passeggiata notturna era sempre un’avventura ai miei occhi!! Quindi mi accodavo molto volentieri al grande di turno - nonno o fratello maggiore, per lo più - per eseguire le indicazioni di nonna - … e chi ha conosciuto mia nonna sa bene che le sue, più che indicazioni, erano istruzioni impartite alla truppa dal suo generale in comando!
            La salita era ripida, una di quelle salite che solo Tussio può regalare!!! Salita ripida che per me aveva l’aggravante che andava fatta di corsa: alta non sono neanche ora, ma all’epoca, davvero, tutti avevano gambe ben più lunghe delle mie e per tenere il passo mi toccava davvero correre!
            A metà salita aprivamo il cancelletto rosso, poi la soglia quadrata, scale ed eccoci alla porta d’ingresso che Colorinda apriva sempre sorridendo!
            Se ero con nonno, spesso, ci invitavano ad entrare e mentre io e Colorinda scendevamo alla stalla, nonno e Adolfino, attorno al tavolo, chiacchieravano.
            La stalla era la parte più bella: la mucca, il secchio, lo sgabello su cui sedeva Colorinda.
            Per me, bimba di città, era vivere per un giorno la gioia di Haidi! Poi la bottiglia ancora tiepida di latte in mano, di nuovo tutti a casa ... “Che è notte, la quatrana tiene sonno” diceva nonna. Sonno, per la verità ne avevo tanto, voglia di dormire un po’ meno... Ma questa è un’altra storia … chi era in grado di opporsi al volere di nonna?

Roberta Bellucci, Roma 1977

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Laura Bellucci

Terra senza tempo

 

            Da che ho memoria, a casa mia, la parola estate si associa inderogabilmente alla parola Tussio.
            Mia nonna lo ha sempre detto: “Se non ricordi da dove vieni non sai dove andare”.
            L’estate a Tussio è il passato: è l’estate di noi tre bambini di città catapultati in un mondo per noi fiabesco in cui si può uscire da soli, girare per il paese, chiacchierare con tutti.
            E’ l’estate di me adolescente con un mondo da scoprire, le chiacchiere in piazza senza limiti di età e stile di vita e con, immancabile, la chitarra attorno a cui ritrovarsi fino a notte alta.
            Tussio oggi è il presente: mia figlia sperimenta la libertà di gironzolare da sola mentre io mi godo chiacchiere e birra con gli amici di sempre, gioca al parco e cena al circolo.
            Non so se questa “terra senza tempo” - come la definisce mio fratello – sarà anche il suo futuro, come sinceramente mi auguro. Di certo il mantra che ripeteva mia nonna ha il fondo di verità che solo la saggezza popolare sa cogliere in pieno: se non sai da dove vieni non sai neanche dove vai.
            Io, memore di questo, sto cercando di insegnare a mia figlia da dove veniamo.

Laura Bellucci, Roma 1972

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Stefano Bellucci

Tussio nei ricordi


            Ricordi che si rincorrono nella mia testa … TUSSIO …
            Ricordo la strada e l’entusiasmo nel farla …
            Ricordo le ginestre lungo il tragitto …
            Ricordo che contavo le gallerie dell’autostrada insieme a nonna …
            E ricordo l’arrivo, quando intravedevo da lontano la “Repubblica”…
            E poi –appena arrivato-, poggiavo le borse e dicevo: “io vado da Antonio”.
            Tussio resta sempre dentro di me, terra senza tempo, paese del mio cuore, presente - quasi ogni giorno- nei miei pensieri.
            Il tempo passa, si cresce, si cambia, il tempo da trascorrere nel paese è poco … ma non cambia nulla, i ricordi scolpiti nel cuore sono miei e non me li toglie nessuno...
            E poi le ferite hanno anche minato tutto, Tussio era Antonio, compenetrati indissolubilmente; il suo allontanarsi dalla terra per andare –spero- in un posto migliore ha allontanato anche me da tutto …
            Tussio era Antonio e Antonio era Tussio … e anche se amo ancora il mio paesello, mi sembra monco di una sua parte, Antonio era Tussio anche a Roma … e quasi tutti i miei ricordi sono collegati indissolubilmente a Lui.
            Pensieri sparsi nel tempo e nello spazio …
            Le arrampicate sugli alberi, le passeggiate in bicicletta con Antonio e Cristiano a San Demetrio, le serate in piazza, Mario che suonava la chitarra, i gemelli, Ines, Gianluca e Nicola, e tanti altri.
            E ogni tanto anche persone più grandi, che a quei tempi sembravano tanto più grandi, e oggi le vediamo vicino a noi, in quanto si cresce e le distanze si assottigliano …
            E poi lo spaccio di Mimina, quello di Maria, le sagre (dove si incontrava tutto il paese) e poi tanti piccoli ricordi solo miei, le chiacchierate con Antonio, il trio indissolubile che avevamo formato con Cristiano …
            Ricordo mio nonno che andava a passeggiare alla ferrania e si fermava a prendere una birra da Maria … e praticamente Maria lasciava lì’ fuori un tavolo e una sedia che, ovviamente, erano di “proprietà esclusiva” di mio nonno …
            E ricordo mia madre che mi raccontava di quando avevo conosciuto Antonio … Avrò avuto sì e no 6 anni e mamma aveva chiesto a Rosalia: “Dov’è Stefano ?” “Sta giocando col figlio di Valentino” … e mia madre “Ma quello non è grande ?” “No con quello piccolo, il figlio di Giovanna”… Da lì è nato tutto e Antonio è diventato Tussio … e forse anche quel fratello che non ho mai avuto.
            So che si tratta di pensieri sparsi, buttati su un foglio senza una logica o un’adeguata costruzione, ma Tussio è un insieme di cose nella mia testa e nel mio cuore, è un turbinio continuo di ricordi e, anche se a volte i pensieri quotidiani lo allontanano, basta un attimo e tutto torna in mente, come se accadesse ora, come se non fosse mai passato e se il tempo non fosse mai trascorso.
            A volte mi capita di parlare con qualche collega di Tussio e mi si illuminano gli occhi come se chissà di quale meraviglia stessi parlando ... ma per me è sempre stato così “una meraviglia” … e alla fine mi sento sempre e comunque un po’ “Tussiano”.

Stefano Bellucci, Roma 1967

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Luisa Salutari

L’incontro

            La serata era calda ma non afosa, mitigata come sempre dal monte Bussito che media la calura estiva con benevoli, quanto attesi, refrigeranti refoli di soave venticello. Il ristretto crocchio degli”straccapiazza”, esemplari presenti in ogni paese che si rispetti, sostava davanti al bar di “Batino”, alias Silvio, crogiolandosi con bicchieri vuoti e pieni, sollazzandosi con battute ridanciane seguite da sonore risate corredate dagli imprescindibili inchini di supporto a quello sganasciarsi che, a volte, richiede anche il sostegno delle mani sui fianchi e sulla pancia. Ero lì in compagnia di un’altra ragazza, entrambe in “libera uscita” da quel luogo di lavoro che agli addetti era noto con l’appellativo di “Istituto” e che i tussiani chiamavano e chiamano “Asilo”.
            La breve passeggiata era finalizzata a concederci un gelato che, come è facile intuire, poteva essere reperito solo al bar. L’ingresso al locale era dominato da una figura maschile strizzata in un completo nero, gessato,a righe larghe, di un tessuto cangiante che rifletteva, a tratti, la luce emanata dal lampione e quella della luna. La camicia candida, serrata fino al collo, era adornata da un papillon nero che il caldo di quel luglio del lontano 1976, rendeva surreale, improbabile e vivamente sconsigliato. L’anacronistico abbigliamento mi induceva ad immaginare la fuga da un banchetto nuziale svoltosi nei paraggi e che quel ragazzo fosse precipitato nell’inatteso contesto in modo fortuito, in compagnia di un qualche amico locale.
            Ero a Tussio, per ragioni di lavoro, da circa due mesi e non avevo ancora messo a fuoco le fisionomie dei giovani maschi che, seppur in numero esiguo, “popolavano” il borgo.
            Il ragazzo, alla nostra vista (uniche donne presenti davanti al bar) elargì tutto il suo possibile sorriso, allargato con enfasi e corroborato da gocce di sudore che, come rugiada sui fiori, imperlavano il suo viso, ormai in evidente sofferenza dovuta sì al caldo ma anche ad un’inspiegabile agitazione.
            Subito avanzò verso di noi invitandoci a prendere qualcosa con fare galante ed un po’ impacciato, sciorinando un italiano tipico di persona che può vantare un lungo soggiorno all’estero. Mi puntò addosso uno sguardo scrutatore; il suo eloquio era incoraggiato da certe presenze che, dall’interno del bar, incitavano e sostenevano quell’incontro apparentemente casuale. Colsi due volti che avevo intravisto nei giorni precedenti ma ancora con l’incognita dei nomi, corrispondenti ad Aurelio e Toni. Bruno, intanto, si prodigava nel rafforzare l’invito ad accettare “qualcosa”, procedendo così alle necessarie e, fino a quel momento, omesse presentazioni. Nella frazione di un attimo, intercettai un sorrisetto impertinente che i due amici stavano trattenendo a stento sotto i baffi; non ebbi il tempo di accertarmi di quella fugace sensazione perché Francesco (disvelato il suo nome) si era fatto più intraprendente, proponendomi, addirittura, la possibilità di approfondire la conoscenza a cui quella serata aveva dato inizio. Lo so che ciò può sembrare una procedura frettolosa ma era altresì evidente che non si trattava del solito banale, maldestro tentativo di approccio (oggi derubricato a molestie sessuali) a cui faceva ricorso il tipico conquistatore “acchiappafemmine” degli anni ’70. Non mi sembrò opportuno liquidare quell’invito con risposte sgarbate e smorfie di disappunto e fastidio. Il mio “non so” e un titubante “vediamo” erano dettati da quella specie di empatia che sempre mi assale nei confronti di persone che dimostrano una qualche sorta di disagio. Infatti, a quel punto, anche i suoi rossi capelli disposti a mo’ di coroncina sulla testa già oltraggiata da una precoce calvizie, si erano assuefatti al caldo ed all’implacabile sudore, conferendo alla capigliatura un assetto disordinato e ribelle: Francesco assunse la tipica espressione di richiedente aiuto! Aurelio e Toni, ormai integrati nella scena, lo invitarono a “farsi un bicchiere”, forse per solidarietà maschile o forse per interrompere un gioco che stava prendendo una piega imprevedibile.
            Un’aria complice si andava diffondendo ma mi sfuggiva qualcosa che il mio sesto senso mi suggeriva sempre più prepotentemente, impossibilitata, tuttavia,a poter dare ad essa una qualsiasi logica interpretazione.
            Ebbene, in breve tempo scoprii l’arcano! Tutti erano a conoscenza che Francesco, australiano di adozione, era tornato nel suo amato paesello per trovare moglie, di persona (essendo da tempo superato il matrimonio per procura, in voga negli anni 50’ e 60’). A chi rivolgersi per ottenere aiuti e consigli? Naturalmente agli amici! Bruno, con la sua meritata e consolidata fama di buontempone, aveva ben pensato di organizzare un incontro con l’ignara sottoscritta, essendo estranea all’ambiente e quindi facile, quanto inconsapevole interprete di un goliardico gioco nel quale l’organizzatore si era avvalso delle comparsate di Aurelio e Toni. Francesco era stato ampiamente rassicurato sulla mia dichiarata disponibilità a conoscerlo ed, eventualmente, a raggiungere l’Australia dove convolare romanticamente a nozze.
            La delusione credo sia stata cocente ma Francesco ben presto se ne fece una ragione e approdò in altri lidi, sempre del “territorio aquilano”. Chissà se il suo viaggio fu ispirato al noto film, con protagonista Alberto Sordi che titolava “Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata”!
            Spero che abbia trovato la sua dolce metà, così lontana ma così fortemente cercata.
            Per l’amico Aurelio, sapete tutti come si è concluso il fortuito incontro iniziato in quella calda serata di luglio 1976: per lui le nozze si sono celebrate con la sottoscritta nel vicino Castelvecchio Subequo il 9/9/1979 e Toni ha apposto la sua firma per sancire il matrimonio in qualità di testimone.

Luisa Salutari, 1952, insegnante residente a L’Aquila.

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Ida Petracca

Libertà

 

            Libertà!!! Dopo giorni chiusi in casa, finalmente a noi bambini viene permesso di uscire.
            È il 1956 e sul paese si è abbattuta una proverbiale nevicata.
            In tarda mattinata mamma imbacucca me e mio fratello, ci fa le dovute raccomandazioni e siamo liberi di uscire. Aperta la porta, sgraniamo gli occhi dinanzi ad una montagna di neve che raggiunge la ringhiera della strada sovrastante: gli uomini avevano scaricato i tetti, togliendo la neve per evitarne il crollo e l’avevano accumulata nello slargo prospiciente la nostra casa, lasciando appena una stradina pedonale davanti la nostra porta e quella dei vicini.
            Noi bambini, dopo un attimo di meraviglia, ci spostiamo lungo via della fonte per giocare a palle di neve e chiamare a squarciagola gli amici delle case vicine che, piano piano, vengono fuori.
            Mentre ci divertiamo a scivolare vedo tornare mio padre nel suo giubbotto nero di pelle, gli tiro una palla di neve e lo chiamo per farlo giocare con noi ma, delusione, non si ferma ed entra in casa. Dopo un po’ torna fuori con una pala in mano e dice: “Vogliamo fare una casa di ghiaccio?”
Noi restiamo perplessi ma il suo sorriso ci invita a fidarci. Con la pala disegna la grandezza della porta e comincia a scavare, gettando la neve lateralmente.
            Nel frattempo torna mia madre e, contrariata, gli ricorda che avrebbe dovuto portare delle medicine, non ricordo a chi, e lui candidamente le risponde: “Vacci tu!”. Ella rientra in casa, prende il pacchetto e va.
            Mio padre circondato da bambini, tenuti a debita distanza, continua a scavare e a compattare la neve battendola ad ogni palata. Non ricordo quanto tempo abbia impiegato, ma alla fine il tunnel è realizzato e noi cominciamo a rincorrerci, entrando e uscendo dalla parte opposta: che gioia!
            Il giorno dopo esce il sole e papà decreta che può migliorare l’opera e inizia il passaggio intersecante e la stradina intorno: avevamo il nostro parco giochi!
            Durò diversi giorni, poi tornò il sole e la neve cominciò a sciogliersi e nei cunicoli pioveva, ma per noi era sempre divertente rincorrerci lì dentro cercando di bagnarci il meno possibile. Ricordo ancora il tentativo di mio fratello Aurelio che, per evitare la doccia, entrò nel tunnel con l’ombrello aperto ma vi si incastrò e, per liberarsi, strattonava l’ombrello senza successo, finché un adulto, non ricordo chi, entrato nel tunnel glielo chiuse quel tanto che bastava per passare.
            L’anno successivo, trasferitami in città, ero sempre accompagnata da adulti, ma quando tornavo in paese bastava dire: - posso andare a …- o addirittura: -vado a …- e non ottenevo veti, riassaporando così la sensazione di libertà.

Ida Lia Petracca, nata a Tussio nel 1949, insegnante.

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Maria Camilla Barbato

I ragazzi delle scalette


            In una calda giornata di giugno, mi trovavo con una mia amica sul treno che, da Napoli,  si affrettava (o quasi) a riportarci a Roma. Parlando del più e del meno, mi chiese quale fosse stata la mia vacanza “cornetto algida”. Interdetta chiesi cosa volesse dire “una vacanza cornetto algida”, e lei ridendo mi spiegò che metaforicamente intendeva una vacanza bellissima nel suo genere da non poter mai dimenticare.  Senza pensarci due volte risposi in tono deciso “Tutte”. Lei con un fare ironico e quasi perplesso mi disse che era pressoché impossibile.  Dopo aver sorriso alle sue parole le dissi che tutte le mie vacanze estive più belle le avevo passate in un paesino abruzzese di nome Tussio. Un paese situato in mezzo alle montagne che, con dolcezza , mi ha ospitato e accolto a braccia aperte da quando sono nata. Lo stesso paese che oltre ai paesaggi meravigliosi mi ha anche regalato alcune delle persone più importanti della mia vita.      
Ebbene sì, le cominciai a raccontare che in quel piccolo borgo, quasi 20 anni fa (se non di più) si incontrarono per caso un gruppo di bambini più o meno della stessa età che condividevano le stesse giostre, ed una di quei bambini fortunatamente ero proprio io. A forza di vederci ogni giorno ed ogni estate avevamo formato un gruppo, o per meglio dire una comitiva estiva. I paesani ci chiamavano “i ragazzi delle scalette”, poiché molto tempo lo passavamo sulle scalette di una casa (allora disabitata) in una piccola piazzetta.
            Le nostre vacanze erano dalle due/tre settimane di agosto, con la consapevolezza e la felicità di doverle passare tutti insieme in quel piccolo luogo sicuro ma allo stesso tempo misterioso e da scoprire. Le nostre giornate si caratterizzavano da partite a schiaccia sette (rigorosamente sotto la piazza), scampagnate in bicicletta immerse nella natura più verde, partite a “dubito” nel capannone, intere notti svegli ad aspettare il sorgere del sole, chiacchierate notturne sulle panchine davanti al campanile ad ammirare la vista meravigliosa, canti, balli, giochi, scherzi e perché no, anche litigate.
            Quei ferragosto che sapevamo che non potevamo passarli altrove, ma che c’era una tradizione da rispettare, ovvero festeggiare tutti insieme tra musica, cibo e qualche birra.  Appuntamento fisso per la serata di San Lorenzo, armati di cuscini, coperte e luci ci avviavamo alla Madonna di Loreto per ammirare le stelle tutti insieme, cercando di condividere quella magia che solo una stella cadente sa dare.
            Il gruppo ogni anno aumentava, arrivando anche ad un numero totale di 20 ragazzi. Chi portava gli amici, chi faceva amicizia con ragazzi nuovi, chi portava parenti o chi semplicemente si sentiva solo e si avvicinava a noi. Molti sono state meteore, molti se ne sono andati non per loro volontà, molti hanno pensato che ormai erano troppo grandi per fare certe cose, molti hanno trovato altri porti sicuri e molti invece sono sempre rimasti.
            Galeotto fu quel terremoto che spezzò quegli equilibri tanto amati e tanto attesi durante l’inverno, anche se in fondo ognuno de “i ragazzi delle scalette” porta nel cuore quei momenti con gioia.
            Quasi con un po’ di magone concludo il racconto alla mia amica dicendo che ora siamo “pochi ma buoni”, e che le nostre vacanze tussiane ogni anno, per varie motivazioni lavorative, si accorciano sempre più. Ripresa da quel senso di malinconia però le spiego che per me Tussio è una tappa fissa dell’anno, dove posso ritrovare la pace, il silenzio, l’amore e le vere amicizie, quelle che durano da una vita e che sai che dureranno per sempre.
            L’Abruzzo, L’Aquila, ma soprattutto questo piccolo paese di circa 90 abitanti, ha metà del mio cuore, metà della mia vita e tutti ricordi belli.
            Sorridendo le dico infine che non c’è nessun posto al mondo in cui vorrei stare se non lì, alla Madonna di Loreto, a rimirar le stelle come ai vecchi tempi. La mia amica, quasi commossa da questo racconto riesce a spiccicare solo una frase, ma dallo sguardo si capiva che era detta con il cuore “sei stata veramente fortunata a trovare un posto cosi”. Dopo questa risposta mi ammutolisco, un po’ felice e un po’ malinconica, e guardando fuori dal finestrino le montagne campane che scorrevano velocemente, penso tra me e me “è vero, sono stata proprio fortunata ad aver trovato un luogo così magico”.

Maria Camilla, 24 anni, figlia di Pino e Gessica Barbato

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Roberto Depiera

Tussio 1960

 

            L’arrivo a Tussio era immancabilmente preceduto da una lettera.
            Il contenuto della missiva era in genere l’acquisto di elastici a quadrello, mazzafionde, insomma un piccolo arsenale adatto alla conquista di nidi, uccelli, scoiattoli ecc.
            Dopo cinque ore di viaggio tremendo sulla via Salaria, con curve da incubo si arrivava a Tussio.
            L’odore precedeva di gran lunga l’arrivo, odori forti ma all’epoca normali, stabbio, fieno, fumo, di animali. Tussio all’epoca primi anni sessanta era ancora un paese quasi ottocentesco molte case erano ancora senza un bagno non c’era l’acqua corrente, gli animali ancora adibiti al traìno; galline che scorrazzavano per i cortili del paese ognuna con il suo fiocchetto colorato alla zampa segno di appartenenza ad una famiglia; le pecore che tornavano nei propri ovili e le stalle sotto molte case.
            Le strade allora in ciottoli e fango erano un misto di paglia sterco e fango, ma ognuno spazzava con dovizia il proprio prossimale.
            Per me era comunque un piacere il profumo delle granaglie conservate nei sacchi, allora ancora si distinguevano i profumi del grano dell’orzo del granturco.
            Ero e sono ancora un abile osservatore di dettagli e fino da allora non mi sfuggiva nulla di quello  che erano suoni, colori, profumi, odori, voci. Il profumo del bucato fatto con il sapone fatto in casa con una ricetta quasi alchemica di grasso e soda e bollitura nel cottore di rame che faceva sembrare il tutto una magia.
            La bottega di Vincenzello, sotto a Santa Maria, con le buatte di conserva, le caramelle bianche e verdi che si vendevano a numero: una Lira al pezzo, ma minimo cinque e per contarle ci voleva mezz’ora e se sbagliava “ru cunt “ di più si leccava il dito e ricominciava: una, ddu, tre, quaattri …
            Le mosche: sulle mosche ci vorrebbe un racconto a parte. L’incessante ronzio nei caldi pomeriggi estivi, l’incessante scioccare degli uomini e degli animali, le palette schiaccia-mosche onnipresenti nelle case e nelle botteghe.
            Intanto, fuori alla piazzetta, Antonio “Rovaro“ tirava fuori una coppia di magnifici buoi dalla stalla e Gianna, minuta giovanissima, li portava alla fonte per l’abbeverata tenendo i due giganti con una fune legata all’anello delle frogie (narici). E, intorno ai fontanili, le cacate di vacca ricoperte da farfalline viola che oggi non si vedono più.
            Brava gente allora, viveva con quello che era il frutto del lavoro, qualche piccola rimessa da figli, fratelli, padri emigrati ma sostanzialmente ancora legati alla terra e al lavoro.
            Ricordo tutto nei minimi dettagli, forse conscio di una poesia che volgeva alla fine.

Roberto Depiera, nato a Roma nel 1960 battezzato a Tussio nel 1960 e ivi residente dal 1979 al 1981

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Marco Verdecchia

Il pacchetto infiocchettato

 

            Studiavo all'Aquila e non avevo ancora la macchina. Mi recai nel piccolo borgo, che già conoscevo bene, sui sedili di una rumorosa “corriera”; era un giorno caldissimo di Luglio; i finestrini, tutti aperti, lasciavano entrare, durante la marcia, una artificiosa brezza che portava qualche sollievo dalla calura e scompigliava i capelli dei miei pochi compagni di viaggio.
            Non avrei voluto essere li quel giorno, avevo lasciato sul tavolino della mia stanzetta le carte ampiamente incompiute della mia tesi di laurea; la data fatidica si avvicinava ed io, come sempre succede in queste situazioni, ero preso dall'angoscia di non finire in tempo. E tuttavia mia mamma si era raccomandata che io andassi e non avevo potuto che obbedire. Angelo si sarebbe sposato, di li a qualche giorno; non eravamo invitati alla cerimonia, ma la buona creanza voleva che gli si recapitasse in tempo un “pensierino”, sicché stringevo tra le mani un pacchetto oltremodo infiocchettato che conteneva, mi pare di ricordare, un oggetto d'argento.
            La frequentazione e l'affetto che ci legava a tutta quella famiglia, non solo allo sposo, era così profonda ed antica che non sarebbe successo nulla se il dono fosse stato consegnato con qualche giorno di ritardo; quello che contava era il nostro pensiero, il nostro augurio sincero e, sicuramente, qualche preghiera che la mia pia madre recitò dagli inginocchiatoi della chiesa ove si recava ogni mattina.
            Così provai ad argomentare, nel tentativo di rinviare la mia visita, ma di fronte avevo una interlocutrice irremovibile; mi guardò con il feroce disprezzo “pedagogico” che una mamma sa usare nei momenti che le paiono opportuni; e quello sguardo mi disse, in modo assai chiaro, che ero uno sciagurato: offrire un regalo a cerimonia avvenuta era irrituale,  irriverente, scortese, e addirittura offensivo; e, forse, c'era anche da pronosticare che potesse portare cattiva sorte agli sposi! Questo disse con lo sguardo; con le parole aggiunse solo di non farla troppo lunga, perché mi sarebbe costato solo un paio d'ore di tempo. Non potevo che obbedire di fronte ad argomentazioni tanto perentorie e quindi, quella mattina di Luglio, un po' malvolentieri, dalla piazza della Fontana Luminosa dell'Aquila, salii sulla stinta corriera che mostrava il cartello S. Demetrio-Prata d'Ansidonia-Tussio sul parabrezza.
            Ma, quando l'autobus aveva lasciato la statale e costeggiato l'Aterno verso la mia meta, il mio umore si era inaspettatamente risollevato; mi faceva bene rivedere il Sirente e quelle colline più basse e vicine dove svettavano ruderi di antichi poteri caduti in polvere; quei posti mi erano cari, li avevo frequentati poco, ma avevano, curiosamente, accompagnato le tappe principali della mia avventura universitaria.
            Proprio li, a Tussio, avevo fatto base il primissimo giorno da studente fuori sede; ed era stato proprio Angelo ad accompagnarmi all'Aquila in cerca di un alloggio; avevo visto per la prima volta la città dove ancora oggi vivo; girammo “per le zie” di Angelo che si affannavano a suonare citofoni per chiedere all'amica se aveva una stanza libera perché serviva ad un “carissimo amico di mio nipote” e poi non ci mollavano se non accettavamo almeno un caffè ed una “pastarella”.       Ritornai a Tussio ancora qualche anno dopo, stavolta per una “sontuosa” vacanza: qualche giorno di campeggio tra i ruderi di Castel Camponeschi. Trovai anche modo di imbrattare uno di quei muri con le “equazioni di Maxwell” da cui ero sommamente esaltato in quei giorni.
            Con il mio compagno di viaggio imparammo a girare a piedi tra Sinizzo, Prata, i tratturi degli antichi pastori, Peltuinum.
            Dante, il papà di Angelo, ci insegnò il sentiero per arrivare a Tussio senza fare neanche un passo sull'asfalto; percorremmo quel cammino tutti i giorni ed incontravamo pastori e contadini prima diffidenti e poi, in pochi minuti, cordiali e chiacchieroni. Qualcuno ci aveva insegnato a trovare tartufi senza neanche l'aiuto del cane; era “semplice” bastava guardare quando la terra si increspava leggermente in un certo modo; era un uomo così semplice e dai modi così gentili che, dopo la lunga appassionata lezione, mentimmo convintamente asserendo che avevamo capito ed anzi spergiurammo che saremmo andati “a tartufi” il giorno dopo, nel boschetto dietro la collina che ci aveva indicato il nostro amico.
            Mi tornarono in mente tutti quei ricordi, allora non troppo lontani, quel giorno di Luglio, mentre la corriera svoltava intorno a San Nicandro, era tutto piacevole che quasi mi dispiacque realizzare che ero arrivato.
            Mi recai subito verso la casa del mio amico, ricordo bene una sorta di patio da cui si accedeva all'ampia cucina dove sua madre, donna sommamente mite, gentile ed affettuosa, era perennemente in movimento tra i fornelli e le faccende domestiche. Prima di lei, incontrai Dante sulla porta, mi salutò felicissimo di vedermi, non mi chiese neanche il motivo della mia visita, mi fece entrare con l'ospitalità e la rumorosa gentilezza che già conoscevo molto bene. Mi disse che Angelo non c'era quel giorno, ma non si incuriosì minimamente sul perché lo cercassi, anzi faticai a dirgli che ero il per il nostro piccolo “pensiero”; dissi che gli lasciavo il regalo, e sarei tornato in seguito. Cercai di essere il più convincente possibile a dire che non potevo fermarmi a pranzo, avevo molto da fare, stavo lavorando alla tesi, ma lui non rispose neanche, come se stessi raccontando frottole senza senso ed anzi mi informò subito su cosa avremmo mangiato di primo e di secondo e contorno.
            Il mio pacchetto infiocchettato finì presto sopra un mobile senza destare nessuna curiosità e, quasi come avesse una inspiegabile fretta, mi invitò ad uscire con lui per le strade di Tussio.
            Dante aveva, per la sua generazione, un aspetto imponente, proprio quella del gigante buono; camminava tra i selci di Tussio lentamente stando attento a chiamare e salutare con un ampio gesto del braccio ogni creatura si trovasse in quei vicoli. Anzi, a volte entrava discretamente nei portoni aperti a chiamare chi vi abitasse per salutare con una delle sue formule preferite:”Ku' d'cia? Komm'”? Forse traducibile come: “Che dici?, Tutto Ok”? Ed oltre al saluto in quel dialetto strano, ove i suoni erano quasi del tutto privati delle vocali, ricordo quei portoni aperti come uno degli aspetti, già allora stupefacenti ed, ai nostri tempi, pressoché impensabili.
            Difficile, se non impossibile, spiegare ai giovani di adesso, che c'è stato un tempo della nostra civiltà in cui le case non avevano che serrature arrugginite e fatiscenti, quasi mai utilizzate, se non quando davvero si partiva per lunghi periodi. Ci deve essere stato una sorta di spartiacque temporale, diverso per diversi luoghi in cui i portoni cominciarono ad essere chiusi a chiave. Prima di allora ogni cosa contenuta in quelle case poteva essere agevolmente condivisa: il profumo dei fagioli che lessavano, l'odore acre della cipolla che sfriggeva, il borbottio lento e continuo del sugo che “si faceva”, il corrosivo effluvio della varechina che sprigionava dalle bagnarole di biancheria in ammollo. Si poteva sapere che Ada oggi cucinava il baccalà e che Cettina aveva “messo il brodo”. Era permesso di guardare lo spiraglio libero fino alla camera di Lucia che aveva il letto ancora sfatto, essendosi la giovane sposa attardata a curare la sua bellezza. Era come vivere in un mondo comune dove non avevano inventato ancora la parola “privacy” e nessuno comprendeva la necessità di quella riservatezza, concetto rimasto fortunatamente sconosciuto per tutti i secoli passati.
            Anche per Tussio deve essere stato così, deve essere arrivato un giorno in cui i portoni si sono chiusi; ma quel giorno non era ancora arrivato, quando, in quella mattina dal caldo torrido, io passeggiavo con Dante tra i selci del silenzioso borgo.
            Arrivammo in piazza ad un certo punto, Dante mi raccontò che quel giorno Tussio era senza acqua corrente; c'erano due operai che lavoravano proprio li a riparare la conduttura, uno dei due stava saldando un tubo, era a testa in giù dentro un tombino e con la fiamma ossidrica in mano, doveva avere 100 gradi vicino alla faccia e gli scappò una bestemmia. Dante gli si avvicinò e, a dispetto della sua mole, cercò di calmarlo con infinita dolcezza: “I' ku bbiastema”?  Gli disse di lavorare con calma, si poteva ben stare qualche ora ancora senza acqua, “Moh' c' b'vema li' v'na pe uojja”, se proprio non si riusciva a finire il lavoro, avremmo bevuto del vino per il pranzo, oggi. Inutile dire che i due operai furono invitati (ma sarebbe più giusto scrivere: obbligati) anche loro a casa di Dante; pranzammo con del buon vino. L'ho già scritto e non annoierò chi mi legge sin qui con altre nostalgie, su quell'antica e purtroppo desueta, tendenza all'ospitalità ed alla condivisione.           
Angelo arrivò nel tardo pomeriggio, ebbi solo il tempo di consegnargli il nostro piccolo dono, fare gli auguri più affettuosi da parte mia, di mia madre, di tutta la nostra famiglia. Pochi minuti dopo ripresi l'ultima corsa della traballante corriera.
            Avevo passato proprio un bel giorno. Sono molto grato a Dante per quella giornata passata nella totale inconsapevolezza delle formule di fluidodinamica che stavo scrivendo sulla mia tesi.
            E poi sono passati 33 anni da quel giorno, ed il mio amico Angelo mi ha scritto un messaggio in cui mi sollecitava, sia pure con grande cortesia, a scrivere un piccolo ricordo per la sua Tussio, ed era ancora un caldo giorno di Luglio quando ho ricevuto il messaggio. Gli ho risposto che mi scusavo, ma non avevo tempo, purtroppo il lavoro, gli impegni … Ma prima di inviare il messaggio mi è sembrato di vedere ancora lo sguardo severo e “pedagogico” di mia madre, stavolta dal cielo: “sciagurato e maleducato che sei a rispondere con queste scuse ad un amico che ti ha chiesto una cortesia”, questo diceva lo sguardo; invece a parole ha aggiunto solo di non farla troppo lunga, perché mi sarebbe costato solo un paio d’ore di tempo.
            Ecco com'è andata.

Marco Verdecchia 1960 Giulianova, docente Università dell’Aquila dove vive.

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Maria Elvira Giordani

Il vestito, la banda, il palio

 

            I primi giorni di luglio iniziava la mia estate a Tussio ... Tra i miei amici ero una dei primi a tornare per l'estate. 
            Ancor prima, però, c'era la scelta del vestito per le feste. Sí, quel vestito che compravi a giugno ma guai a indossarlo prima delle "Feste Settembre"! Praticamente un vestito estivo messo un solo giorno ... Per fortuna, almeno io, a Roma potevo sfruttarlo fino a fine Settembre!
            Con l'avvicinarsi del periodo delle feste tra bambine ci svelavamo gli “outfit” che avremmo avuto in quei due giorni. Non era una gara a chi sarebbe stata più elegante, ma semplicemente un modo per onorare la festa e rendere tutto più bello.
Tutti eravamo in fermento e, quando il venerdì partivano gli spari di prova, iniziava la festa. La mattina mi svegliavo a volte ancor prima di sentire lo sparo, mi preparavo cercando di fare in fretta e, non appena sentivo la banda nelle vicinanze di casa, all’altezza dell’Ufficio Postale, salivo su e la seguivo nel giro per il paese. Passando di casa in casa, mi staccavo dal corteo per andare a chiamare i miei amici per poi correre di nuovo tutti insieme “appresso alla banda”.
            Il pranzo delle feste era, ed è ancora, un pranzo di nozze, ma noi bambini, per la furia di andare a giocare al palio dei quartieri o alla corsa con il sacco, con l'uovo, con il piede legato, mangiavamo velocemente e spesso non arrivavamo neanche al dolce (il mio preferito!).
            Il palio dei quartieri lo ricordo con emozione ... tutti quei giochi che racchiudeva mi piacevano da matti! Lo aspettavo per tutta l'estate (insieme al desiderio di indossare il famoso vestito!). Dividerci in squadre, però, spesso creava tensioni nel mio gruppo ... Eravamo tanti e tutti in una non si poteva stare! Addirittura da una settimana prima si cercava di fare le squadre, con pochi risultati. Non so perché, ma il giorno della gara erano sempre diverse!
            Finite le "Feste Settembre" tutti ripartivano ... A me restava ancora un'altra settimana, ma quando arrivava anche il mio momento ero disperata perché aspettare un altro anno per rivivere tutto questo sarebbe stato infinito.

Maria Elvira Giordani, 1983, nata a Roma, Tussiana per 3/4 (Nonna Elvira era di San Pio).

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Claudio Fioravanti

Un paese magico

 

            Tussio. Un paese magico a cui servirebbero tre G per far capire alle persone cosa intendiamo.
            Per me Tussio è un posto in cui puoi fare qualsiasi cosa: per esempio quando attraversi la strada puoi anche non guardare, perché tanto passa una macchina ogni mezz’ora.
            Puoi anche andare in giro da solo! E non parliamo delle Feste supermegastratosferiche!
            Una giornata che mai rimuoverò dalla testa è quando siamo andati sula crocetta. A partire per la spedizione eravamo: Elisa, Claudia, Elena, mamma, Luigi ed io.
            Ci siamo incamminati verso quella che sembrava un’altissima e gigantesca croce. Elena diceva a Claudia di usare, ogni secondo e mezzo, una specie di spada affilata per tagliare le piante ed Elisa che chiedeva – anche lei in continuazione – se c’erano cinghiali, orsi e roba varia, abbiamo solo camminato e camminato contando i passi che facevamo e secondo me erano circa 100.000.
            Arrivati alla croce, abbiamo visto Tussio da più di 1000 metri. E’ stata una giornata indimenticabile.

Claudio Fioravanti, Roma, 03/10/2007, figlio di Roberta Bellucci. Il bambino si è entusiasmato a leggere i racconti ed ha deciso, con entusiasmo, di contribuire all’iniziativa con un suo elaborato.

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Luigino Carosi

La cioccolata

 

            In questi giorni, mi capita di rincontrare delle persone, che tornano a vivere a Tussio nel periodo giugno-settembre. Visto che abitano nel vicolo  di casa mia, la sera, mentre si respira una salubre e piacevole “arietta” e ci si rilassa un po’,tra le tante “ciuciuettate” (racconti), sono tornati alla mente, momenti particolarmente belli, simpatici e coinvolgenti della nostra vita.
            In particolare si tratta dei periodi che si sono vissuti tra gli anni settanta e ottanta: periodi che hanno coinvolto la stragrande maggioranza della popolazione che viveva nel paese e che tornava per le vacanze. Non solo loro ma anche persone che si sono trovate coinvolte in quel cerchio magico (con “cerchio magico” intendo il periodo sopraindicato (’70-’80), nel quale erano stati creati un Club e un complesso musicale,“Spazio Vitale”, in cui le persone nominate in questo racconto erano coinvolte) , provenienti da altri paesi.
            In quel periodo, a Tussio, si era creato un Club e formato un complesso musicale (come venivano definiti gli attuali gruppi), il famoso “Spazio Vitale”, che la gran parte delle persone ricorda, o ne ha sentito parlare o è stato partecipe della reunion avvenuta nell’agosto del 2013.
            In estate, la sera dopo cena, era frequente ritrovarsi presso il Club, nella stanza di Rachelina, vicino al forno: qui, oltre alla vita sociale, si facevano anche le prove con il complesso. In alcune serate, questo si esibiva in piccoli spettacoli musicali di circa due ore, davanti ad un pubblico festoso e molto partecipe formato da persone di tutte le età, dentro il salone strapieno, fuori il piazzale del forno, sulla scalinata e sulla piazza.
            Terminato lo “spettacolino”, ci si riuniva sulla piazza o dietro il campanile, per proseguire a vivere le serate tussiane. Ma … in alcune serate, intorno alla mezzanotte, si creava una particolare “rimpatriata culinaria” e non solo. Si procedeva, come in processione,  a raggiungere la casa della sig.ra Anna Maria detta “la bianca” per i suoi capelli, che abita tuttora in via San Tussio, vicino casa mia. Ci si ritrovava in un festoso e coinvolgente rito, che nel tempo si era consolidato: quello dell’abbuffata della “CIOCCOLATA CALDA”. Ci si era ritrovati in questa coinvolgente mezzanotte tussiana, prima con i componenti del complesso ed i più assidui frequentatori del Club (in particolare voglio citarne alcuni che ricordo, che tornavano per le ferie e che erano coinvolti in pieno in quel movimento che si era creato: Salvati Franco e Laura, Fabrizio Ciccarelli, Roberto e Fulvio Depiera, Attilio Leonardis - detto “Schulz”, Antonella e Roberto Moscardelli - detto Paperino - , i fratelli e sorelle di Padre Alberto ed altri che ora mi sfuggono), in seguito si sono aggregati ragazzi di Tussio e varie famiglie che vivevano e frequentavano Tussio in quel periodo.
            Dato che la casa della signora AnnaMaria si riempiva fin sopra le scale che portavano alle camere, il resto delle persone occupava tutto il vicolo antistante. Ci si rifocillava, all’inizio, con la cioccolata calda, in seguito il tè con biscotti, infine, tutto il vicolo era coinvolto a preparare anche gli spaghetti aglio e olio di mezzanotte.
            Bei momenti di quegli anni per me! Credo che lo siano stati anche per tutte le persone che li hanno vissuti. Sono e resteranno i momenti più belli della mia vita.
            Ritornando ad oggi: quando mi fermo nel vicolo e capita di ripercorrere quei momenti con le persone che attualmente lo vivono, la signora Anna, che è tornata nuovamente per le vacanze, mi dice con un sorriso pieno di bei ricordi “Luì…ti ho cresciuto! A te e a tutta quella bella gente che frequentava casa mia!” e una grande risata risalta nel vicolo. “E ricordati pure: non arrivavo a comperare cioccolata, tè, biscotti e spaghetti” sempre con un sorriso di piacere sulle labbra; “ma con grande sincerità, lo rifarei di nuovo, perché anche per me, tussiana d’adozione, è stato uno dei periodi più belli della  mia vita”.
            Ti ringrazio Anna, ora per allora, anche a nome di tutte le persone che hanno gustato le tue prelibatezze. Con un po’ di imbarazzo le chiedo “Anna! Quando lo rifacciamo??” e lei con un sorriso ironico “Sono vecchia!” e giù le risate delle persone che ci stavano ascoltando.
            P.S.Vorrei concludere con un invito a tutti coloro che frequentano questo bel paese a far rivivere dei momenti come quello che ho raccontato, fatti di semplicità ma emozionanti e coinvolgenti.

Luigi Carosi, Tussio 1957, batterista del gruppo “Spazio Vitale” e attualmente coinvolto nella vita del Comune di Prata d’Ansidonia, nel ruolo di Vice Sindaco. Cresciuto e vive tuttora con la famiglia nella Repubblica di Tussio.

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Pierino Giorgi

... pensavamo di dover “rivoluzionare” il paese

 

            L’invito di Toni rivolto a tutti coloro che volessero ricordare per iscritto un’esperienza vissuta nel paese, assume una valenza di alto valore affettivo. Toni è legatissimo a Tussio come tutti noi di quella età. Il suo impegno nel tenere vivi i ricordi e i legami merita un vero encomio, che qui mi permetto di esprimere, sicuro di trovare tantissimi consensi.
            Ciononostante, sono stato combattuto fino alla scadenza dell’invio degli elaborati tra lo scrivere e non farlo.
            Mettere per iscritto alcune delle mie esperienze significa traslare dal mio animo tasselli di affetti tanto preziosi dei quali serbo profonda gelosia. Essi sono conservati come in uno scrigno soffice e amorevole del quale solo la commozione ne possiede le chiavi.
            Ecco perché adesso, davanti alla tastiera del mio pc, scrivendo, sento tanta tenerezza.
            Mi sono convinto, però, che la condivisione di questi ricordi non solo supera il personale egoismo, ma può essere utile soprattutto a mantenere vivo il legame affettivo tra i compaesani.
            La mia vita nel paese è stata molto breve, altalenante, subendo le angherie della mia storia personale.
            Ma l’intensità con la quale ho assaporato amicizie, storie, vite, eventi non ha eguali.
            La nostra era una squadra formidabile, eravamo uniti da amicizia vera e profonda. Quel periodo per Tussio fu molto intenso di iniziative spontanee che animavano il paese dall’inizio alla fine dell’anno.
            Pur essendo lontano, mantenevo i rapporti con molta assiduità.
            Tanta era la voglia di stare insieme, di fare comunità, che prendevamo in gestione case non utilizzate per farci il nostro club.
            Tra le goliardate tipiche che tutti i giovani possono inventare, ce ne sono alcune che meritano di essere menzionate.
            In un primo momento, pensavamo di dover “rivoluzionare” il paese, di dover cambiare la mentalità di tutti e renderla più moderna (Penso sia una velleità tipica di quella età). Insomma pensammo di stampare un giornalino, “La Mazzocca” con il preciso compito di tenere informati e legati al paese i nostri compaesani emigrati nel mondo ed anche di “risollevare le sorti culturali” della gente.
            Ma non avevamo il materiale per farlo, né per stamparlo. Bussammo a diverse sedi di partito e di sindacato. L’unico che di dette fiducia e possibilità di stampare fu il PSIUP dove il compianto Italo Grossi era maestro di impegno civile.
            Immaginate voi il lavorìo intenso e appassionato nello scrivere i testi, elaborare la forma grafica. La pagina iniziale rappresentava il campanile ed era opera di Mauro De Rubeis, ritenuto dal gruppo il migliore artista grafico. La rotativa del partito era a inchiostro: una Offset di vecchio stampo, manuale, ma comunque efficiente: un ciclostile, insomma.
            Non mancavano, ovviamente, diverse vedute di stile o di orientamento politico che davano adito a scaramucce passeggere, ma redigere quel giornalino era per tutti crogiuolo di confronto e di ricerca delle possibili soluzioni.
            Come tutti sanno, costituimmo il gruppo musicale “Spazio Vitale”. Più che gruppo musicale era il luogo dove tutti potessero partecipare perché non si faceva solo musica. Si stava bene insieme e tutti noi passavamo tutto il tempo disponibile a stare insieme. Così i problemi di ognuno erano i problemi del gruppo. La solidarietà fra noi era certa e doverosa. All’inizio non avevamo i soldi per acquistare gli strumenti. Solo Luigi Carosi riuscì a comprare la batteria perché era l’unico stipendiato, benché così giovane, dalla SIEMENS. Per comprare altra strumentazione fu necessario mettere insieme le forze e la fantasia. Allora vigeva la norma dell’assegnazione di quote di bosco per uso civico. Chiedemmo ognuno di noi delle quote di bosco e con la vendita del legname ricavato avremmo comprato gli strumenti.
            Il lavoro di taglio boschivo era più o meno fattibile ma il “ricaccio” dei tronchi era veramente defatigante non essendovi muli disponibili.
            E qui entra in ballo uno dei personaggi che hanno segnato positivamente in modo indelebile la mia vita, Giuseppe Cicerone ( Giose), padre di Vittorio e Paolo, componenti del gruppo. Un consigliere attento e delicato, discreto, ci seguiva ovunque era possibile con amorevole attenzione. Io ne sentivo la presenza rassicurante da sempre (e l’ho sentita anche dopo la sua dipartita). Poi ho saputo che era amico di mio padre che ho perduto in tenera età.
            Questo genialoide si inventa un sistema per estrarre i tronchi tagliati interi: in un motocoltivatore antico ma potentissimo salda una barra di ferro al terzo punto sulla quale venivano legati saldamente i tronchi, così da poterne trascinare in fondo diversi quintali. Fu un successo strepitoso e acquistammo la strumentazione.
            Eravamo soliti andare a fare le scampagnate tra amici, soprattutto d’estate. Uno dei luoghi più ambiti, oltre la Fontanella, era la grotta del Buscito. Conservo ancora delle fotografie che ci ritraggono stesi al sole. In una di queste c’è il compianto e amico carissimo Vincenzo Cicerone, (anche lui ottimo amico del gruppo e consigliere prezioso). Insomma, in una di queste uscite dove ognuno si impegnava a portare le cose concordate e studiate minuziosamente, io avevo il compito di portare gli odori, il pane, il sale, il pepe, l’olio e non ricordo cos’altro. Arrivammo su con non poca fatica, accendemmo il fuoco per la brace e, tra un bicchiere e l’altro, aspettavamo per cuocere la carne. Quando fu il momento di salarla ci accorgemmo che mancava il sale. Potete immaginare gli sguardi di tutti su di me, increduli, con le bocche scese per la delusione. Ma non potete mai immaginare la reazione “incazzata nera” di Massimo Carosi, noto già allora come amante devoto della buona cucina. Non ho mai visto nessuno in tali condizioni di isterìa. Poi, col tempo, sapendo della sua fortunata professione di avvocato, quando lo immagino nelle arringhe ai tribunali, mi piace vederlo così, immediato, vivace, brillante.
            Chi sa forse un domani, se ne avrò tempo e voglia, vorrei fissare per iscritto le mie esperienze tussiane, e liberare da quello scrigno d’amore che serbo nell’animo i ricordi e le esperienze … Forse a qualcuno potranno servire. Altrimenti sapranno dove tornare. La porta di quello scrigno resterà sempre aperta, pronta ad accoglierne altre ancora.

Pierino (Paolo) Giorgi, Tussio 1954, attualmente si dedica totalmente al Movimento Celestiniano con sede a L’Aquila.

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Carlo Mastrangelo

Erano gli anni 50’

 

Aspettavo con impazienza la chiusura delle scuole perché ci trasferivamo da Roma a Tussio per quattro mesi (da Giugno a Settembre). Erano gli anni 50’. Lì potevo godere di una libertà che a Roma non mi era data. Al risveglio nel primo giorno provavo una emozione indescrivibile perché, aprendo gli occhi, vedevo la grande volta della nostra camera da letto dipinta con tante stelline azzurre e allora mi dicevo “sono a Tussio !”. La conferma poi veniva dai suoni, ormai scomparsi, che venivano da fuori: il canto del gallo, il raglio dell’asino, il verso della mucca e il richiamo per le galline di una nostra vicina di casa: “pi pi pi; vëlocca vëlocca”.
            Che mondo magico che non tornerà mai più. La giornata iniziava con le pulizie personali quotidiane. Non c’era l’acqua corrente. In camera c’era un lavabo di ferro smaltato con un ripiano di marmo su cui era appoggiato il bacile (lavandino). L’acqua contenuta in una brocca anch’essa smaltata bianca veniva versata nel bacile e con quest’acqua ci si lavava a pezzi ripassando più volte la stessa acqua sul corpo anche con il sapone. Il bacile quindi, per permettere ad altri di lavarsi, veniva liberato versando il contenuto in un secchio più grande già in parte occupato dai liquidi fisiologici della notte. Il bagno completo si faceva mediamente una volta alla settimana, alla domenica, giorno in cui si indossavano “gli abiti della domenica”. Non meravigliatevi ma c’era una netta distinzione tra gli abiti per tutti i giorni e quelli per la domenica. A proposito, il vaso da notte, presente in tutte le case, al mattino presto spesso veniva vuotato in strada dalla finestra dando prima una rapida occhiata per assicurarsi che in quel momento non passasse qualcuno (così si è fatto per tutto il Medioevo e non solo in Italia). Per le altre necessità corporali si utilizzava la stalla; noi eravamo privilegiati perché potevamo disporre di un gabinetto, se così si può chiamare, consistente in una tazza con un buco al centro collegato con il pozzo nero che veniva periodicamente svuotato. La carta igienica? Non esisteva; al muro c’era un gancetto o un chiodo al quale si appendevano ritagli di giornale con cui ci si “puliva” dopo averli “ammalloppati” per renderli più ruvidi e adatti alla bisogna. I più giovani resteranno allibiti a sentire queste cose ma così era! Vi confido che al nostro “gabinetto” ci si andava proprio quando era strettamente necessario perché il fetore era insopportabile. Credo che tutto sommato era meglio la stalla.
            Per fare il bagno completo prima di tutto si provvedeva a riscaldare l’acqua sul fuoco del camino, quindi ci si metteva in piedi in un grande catino e, meglio se aiutati, ci si versava sul corpo l’acqua che a volte era troppo calda, a volte troppo fredda. Dopo le abluzioni mattutine mi recavo nel grande cucinone e consumavo in fretta la colazione perché ero impaziente di uscire in quanto i miei compagni di gioco erano già ad aspettarmi fuori la porta (Tonino, Vincenzo, Sergio, Gildo e altri). Girovagavamo tutto il giorno per il paese e non ci stancavamo mai di giocare e andare in bicicletta. Ci piaceva costruire una casetta con le tavole e i sassi nel cortile vicino alle cantine. Le passeggiate classiche allora come oggi erano: la via “ru ciardinejjië” (via del Giadinello), “’ncampi Tuscë” (Campi di Tussio), “la via la Crocë” e quando si voleva fare una cosa più impegnativa si saliva su Colle Maggiore (Crocetta).
            A volte accompagnavo mio Zio Beniamino al nostro Mulino, al limite del Tratturo, passeggiata che a me sembrava lunghissima date le mie gambette corte. Passando dietro le attuali villette per la cosiddetta Via del Mulino, allora in terra battuta, raggiungevamo il vecchio mulino ad acqua che già allora era dismesso essendo venuto meno il flusso d’acqua del ruscello che azionava la ruota come nell’’800. Questo corso d’acqua, che ormai non esiste più, era ridotto a un rigagnolo dove saltellavano gracchiando le “ranocchie” (rane) e in certi punti c’erano anche le trote. I cambiamenti climatici erano visibili già allora. Questa vecchia costruzione ora, ristrutturata, corrisponde alla casa di Mirella, moglie del carissimo e indimenticabile Gino. Mio Zio fece allora costruire un nuovo mulino azionato a energia elettrica che attualmente è adibito a garage proprio su strada di fronte alla casa di Mirella e Gino. Questo mulino disponeva di macine in pietra Lafertè fatte venire dalla Francia (attualmente fanno bella mostra di se nel nostro giardino e sono utilizzate come sedili). Ricordo il rumore assordante quando il “Molinaro” le metteva in azione e la nuvola bianca di farina che si posava su i nostri visi e vestiti. Davanti al mulino c’era la fermata della corriera riportata sulla guida Touring dell’Abruzzo come “fermata Molino Rossi”.
            Al ritorno da questa lunga passeggiata, sudati, ci riposavamo al “Portone”, così chiamavamo il nostro attuale giardino. Mio Zio coglieva l’acqua dal pozzo che era ed è sorgente e bevevamo direttamente dal secchiello quell’acqua freschissima.
            I primi giorni venivo spesso fermato per la strada: ” quatrà vi ecchë, a chi si ru fijjië ?” (Ragazzo vieni qui, a chi sei figlio?) Dopo la mia risposta: “ Ah mò so capitë, si ru fjjië la gnòra Almina, ru nipote don Carlë. Uddia quantë ti fattë rossë (o Dio come sei diventato grande). Con il passare dei giorni stemperavo la mia innata timidezza e giravo più tranquillo.
            Tornavo a casa solo per i pasti e per la merenda che il più delle volte era a base di “zampanella” (panzanella) cioè fetta di pane raffermo inumidita e condita con olio, sale e mentuccia del nostro orto. Prima di mangiare però c’era il rito della pulizia delle mani. In cucina c’erano tre conche piene d’acqua di rame (tipiche abruzzesi) appoggiate su anelli di ferro fissati al muro sopra un grande lavabo in pietra; una era riservata per bere, una per cucinare, l’altra per la pulizia della casa; quest’ultima era acqua piovana raccolta nella nostra cisterna. Mia madre mi versava l’acqua sulle mani con “ ru manérë” (grande mestolo a coppa) ed io a volte mi divertivo a schizzare l’acqua con le mani bagnate a mio zio Beniamino che sopportava da me ogni genere di dispetti. Mi voleva un gran bene ed io a lui; mi piaceva accompagnarlo prima di pranzo in cantina a prendere il nostro vino che usciva dalla botte aprendo la cannella di legno. Il vino rosso pallido usciva spumeggiando nella brocca di terracotta, che a Tussio si chiama “boccale”. Lui ne consumava subito un mezzo bicchiere facendo seguire il classico “Ahh” e poi avvicinava “ru boccalë” alle mie labbra per un piccolo assaggio data la mia età. Al ritorno a casa mia madre mi diceva “vieni un po’ qui, dammi un bacio”; a quel punto, accertata la marachella, si rivolgeva al fratello Beniamino riempiendolo d’ingiurie.
            Prima di partire da Roma davamo notizia del nostro imminente arrivo alla cara Emilia che ha governato la nostra casa per quasi 70 anni con una dedizione commovente; tra l’altro ci faceva trovare la loggia piena di fiori. A Tussio c’era un solo telefono al Bar “Batino” (Sabatino). La telefonata era interurbana e per questo si doveva chiamare il centralino della TETI (quella che poi si chiamerà SIP e poi TELECOM) per essere messi in comunicazione dalla centralinista con Tussio. La telefonata veniva inevitabilmente ascoltata dalla centralinista che ogni minuto s’inseriva nella conversazione chiedendo: “raddoppia”? Questo poiché il costo era riferito al tempo di conversazione. A Tussio il più delle volte rispondeva Pietta, sorella di Batino che, su nostra richiesta, gentilmente provvedeva a far avvertire i nostri parenti del nostro imminente arrivo.
            Viaggio: il viaggio da Roma a Tussio durava dalle 4 alle 5 ore percorrendo la via Salaria e con sosta a Rieti e all’Aquila. Si prendeva la “corriera”della Ditta Pacilli a Roma a Piazza dell’Esedra, ora Piazza della Repubblica, diretta a Pescara perché era l’unica che passava per S. Pio delle Camere. L’autista sistemava le valigie in parte nel portabagagli all’interno e in parte sul tetto della corriera stessa provvista di una rastrelliera, e, a ogni fermata saliva sul tetto mediante una scaletta pieghevole per prendere o sistemare le valigie e poi coprendole con un telo impermeabile. A volte in Sabina, specialmente se si viaggiava con un’auto privata, si poteva essere controllati dagli Agenti del Dazio (tipo casa cantoniera) al confine regionale tra Lazio e Abruzzo. Erano soggetti a tassa gli oggetti, specialmente mobilia, che, se ritenuti nuovi, potevano essere sospettati di commercio. Si arrivava finalmente a S. Pio. Qui venivo colto da un’intensa emozione perché, vedendo Tussio, entravo in una dimensione di vita molto diversa da Roma e già assaporavo il piacere della lunga vacanza. Ad aspettarci c’era mio Zio Beniamino con il cavallo e la nostra carrozza; si percorrevano i 2 Km di strada bianca imbrecciata e si arrivava alla Fonte. A proposito di questo percorso ricordo una volta che si improvvisò una corsa tra la nostra carrozza con il cavallo lanciato al galoppo e il giovanissimo Angelo Giordani in bicicletta; non ricordo chi arrivò per primo alla Fonte ma ricordo che lo scarto fu minimo.
            Arrivo: alla Fonte c’era sempre molta gente, specialmente donne che andavano a prendere l’acqua con la conca in rame, tipica abruzzese, appoggiata sul capo e separata da questo tramite un canovaccio arrotolato ad anello chiamato “ru trocchië”. Con questo peso in testa camminavano con scioltezza senza reggerla con le mani, se necessario si chinavano per raccogliere qualcosa caduta in terra e si fermavano a parlare anche a lungo incuranti del peso. Verso sera si incontravano qui molti contadini che tornavano dalla campagna con i loro carretti trainati da asini, muli, cavalli o buoi che si fermavano per l’abbeverata.
            Come si presentava il Paese? Le strade erano tutte acciottolate con gradinate nelle salite. Nel camminare bisognava fare molta attenzione dove si mettevano i piedi per non scivolare sugli escrementi delle galline che razzolavano ovunque. Più facile era evitare gli escrementi delle mucche ben visibili date le dimensioni a forma di grossa ricotta. Le stalle erano per la maggior parte in paese per cui in certi punti si sentiva un forte odore “bucolico” che a me non dispiaceva, anzi lo ritenevo e lo ritengo ancora preferibile al gas di scarico delle auto. L’unico problema era che in estate c’era una grande quantità di mosche ma non di zanzare. C’era molta vita e un gran vociare ovunque: qualcuno imprecava rivolto all’asino che si impuntava e non voleva più camminare e con voce tremolante urlava “cammina sturdulò, të pozzano accidere”. A volte sorgevano piccoli diverbi tra vicini quando all’imbrunire si dovevano far rientrare le galline che si confondevano tra loro: “cu dici? Quessa è la cajjjina mè, ma nnë’ sintë...!”
            Comunque c’era un grande rispetto reciproco e si ricambiavano sempre le cortesie e i lavori ricevuti; la chiave si lasciava sulla porta. Piccoli lavoretti si facevano davanti casa; ricordo Valentino, grande lavoratore, che batteva i ceci (per liberarli dai baccelli) mentre la moglie seduta accanto lo rallegrava con il suo canto. Lo ricordo ancora intento ad affilare la falce piantando un cuneo a terra sulla cui superficie piana appoggiava la lama e quindi batteva ripetutamente col martello per migliorare l’affilatura.
            Negozi: per le provviste alimentari c’erano tre negozi di cui uno aveva, come già detto, il bar e il servizio telefonico. C’erano tre macellerie. C’era un ufficio postale aperto tutti i giorni. Il rifornimento di frutta e verdura era assicurato da venditori ambulanti che con il loro camion effettuavano in genere due soste, una alla Fonte e l’altra in Piazza. Il loro arrivo era annunciato da Ercolino che percorreva tutte le strade del paese, previo suono di una trombetta, “jjetteva ru bannë” (gettava il bando); mi sembra di risentirlo: “è arrivato alla fonte Antonio dë la Civita, porta pummadorë (pomodori), fiquëra (fichi), cipollë, agli e peperoni”. Il latte vaccino, appena munto ce lo forniva Clorinda, donna bellissima e con un portamento regale, sempre piena di attenzioni per la nostra famiglia. Il latte prima di essere consumato doveva essere bollito per abbattere la maggior parte della quota batterica che inevitabilmente finiva nel secchio al momento della mungitura (pastorizzazione casalinga).
            Periodicamente s’incontrava per le stradine di Tussio un venditore molto particolare (ru cingiarë) che annunciava il suo arrivo esclamando ad alta voce: “aghi, spilli, specchi, occhiali per i vecchi”. Quando si fermava presso i potenziali acquirenti apriva la cassettina di legno che portava appesa al collo e mostrava tutta la sua mercanzia che comprendeva tutto l’occorrente per il cucito, calzini, fazzoletti, forbicine e anche qualche occhiale da vista.
            Un personaggio che ricordo con simpatia era “Frammaddì” (Frate Amadio). Questo fraticello, minuto, girava con un asinello con in groppa una bisaccia per i paesi dell’Aquilano per raccogliere, in cambio di santini e promesse di preghiere, offerte per i suoi confratelli del convento dell’Aquila. In base alle proprie disponibilità ognuno dava grano, orzo, ceci, patate e altro. Era sempre ben accolto e ben voluto.
            La provvista dell’acqua per piccole quantità si faceva alla fonte mentre per maggiori quantità si andava a Sette Fonti con le “pioncë” (mastelli di legno) caricati sull’asino sulla cui superficie si appoggiavano “ri cancëllitti” (strutture di legno) per ridurre la perdita di acqua che inevitabilmente avveniva con le oscillazioni dell’andatura dell’asino. Spesse volte accompagnavo Maria “la cerchiara” (il soprannome “la cerchiara” derivava dal lavoro del padre che riparava le botti: “ un colpo al cerchio e uno alla botte”) sempre sorridente e piena di vita, in questa bella passeggiata. Successivamente l’acqua fu portata in ogni quartiere con fontanelle pubbliche e poi, su richiesta, nelle case; da questo momento le case hanno potuto disporre di gabinetti per cui fu costruita la rete fognaria (anni ‘70); quindi si abbandonò l’uso delle stalle per i bisogni corporali.         
Voglio accennare ad un episodio curioso raccontato da mia madre, e ora confermato dalla quasi centenaria Sig.ra Evelina (memoria storica di Tussio). Grande fu lo stupore e la curiosità suscitati nei nostri compaesani quando mio Zio Padre Vincenzo De Rossi, domenicano, portò a Tussio per la prima volta una radio. Gli anni erano dal 1928/1930 e l’emittente era l’EIAR  - Ente italiano per audizioni radiofoniche -. Sistemò l’apparecchio sul loggiato all’ingresso della nostra casa e quasi tutto il paese venne a sentire questa “magia”, la voce che usciva da una scatola. Molti erano convinti che c’era un trucco, forse persone nascoste che parlavano; qualche anziano evocava la presenza di “diavoli” dentro la scatola di legno.
            Artigiani: all’epoca Tussio era un paese vivo e pieno di attività. Non mancavano artigiani esperti. Ricordo Panfilo, detto “Pampanuccio”, falegname rifinito che fece tra l’altro la camera da letto in noce massello a mia madre in occasione del suo matrimonio, ricavando il legno da un nostro albero; mastro Vincenzo, altro falegname molto apprezzato; “Triccutricchë”, così soprannominato, calzolaio, piccolo di statura ma molto affabile: percorreva a piedi molti chilometri al giorno per acquisire il lavoro nei paesi della cosiddetta Piana di Navelli”. Viveva in un grande monolocale alla Faina dove abitava e lavorava. La sua postazione di lavoro era in un angolo più luminoso vicino alla finestra. Ricordo Giovanni, altro calzolaio, infaticabile. C’era Mastro Achille, fabbro e maniscalco molto bravo e cordiale come lo era sua moglie Elvira e tutta la sua numerosa famiglia. Cera Dionino, muratore e piccolo impresario. C’era mastro Giacinto, sarto dalle mani d’oro, e c’era , altro sarto, Rodolfo. In quegli anni si poteva contare a Tussio anche su un servizio TAXI assicurato da Nunzio che possedeva una Fiat 1100 E che, grazie agli strapuntini (sedili ribaltabili) poteva ospitare fino a cinque persone oltre all’autista.
            C’erano tante persone intelligenti di buona volontà tuttofare che, nel tempo libero dal lavoro dei campi, si improvvisavano muratori, idraulici, elettricisti, falegnami e altro come Mastro Minuccio che costruì alla nostra famiglia la prima cappella al Cimitero. Vincenzello che, oltre a lavorare nella sua negozio di generi alimentari, sapeva fare di tutto; è lui che ci portò l’acqua corrente in casa provvedendo da solo sia alle opere murarie che idrauliche. Ricordo con simpatia Francesco “la Tosca” che oltre al lavoro dei campi era un buon muratore ma era sopratutto bravo a riparare i tetti. Ricordo Vincenza “la Varësciana” (soprannome dato per la sua provenienza da Barisciano) con la sua gonna nera o marrone scuro lunga fino a terra. Questa donna, nonna dell’attuale vicesindaco Luigi, godeva della piena fiducia di mio nonno e a Lei affidava incarichi delicati e di responsabilità.
            Chi però impersonava il tipico personaggio abruzzese era il marito di Vincenza “la Varësciana”, il pastore Luigitto (Luigi), che portava al pascolo un gran numero di pecore accompagnato dal suo cane bianco. Era facile incontrarlo alla Fonte verso sera dove al ritorno portava ad abbeverare le sue pecorelle.
            Mietitura: ricordo la mietitura ad Agosto. Non esisteva la mietitrebbia. Il taglio del grano si faceva a mano col falcetto (la faucjjjia). Molto richiesti, perché veloci e precisi, erano dei lavoratori stagionali che venivano da Penne (i Pennesi). A questi si provvedeva a rifocillarli portando loro nei canestri verso metà giornata, pagnotte di pane, formaggio, salame, frittata e l’immancabile fiasco impagliato di vino. A me piaceva accompagnare Emilia in questa incombenza per il motivo che potete immaginare...!, ma le spighe appena tagliate, camminando, graffiavano la pelle tenera delle mie gambette appena sopra i calzini. Le spighe venivano raccolte in fasci chiamati “manoppi” e legati da un’altra spiga più lunga (“ru vavëzë). Questi venivano caricati fino all’inverosimile sui carretti e portati all’aia. Qui avveniva la trebbiatura. La paglia veniva raccolta in sagome rettangolari tenute insieme con il fil di ferro (balle) e la pula, a Tussio chiamata “cama”, veniva sparata in aria dalla macchina tanto che da lontano sembrava il fumo di un incendio sull’aia.
            Feste di settembre: dopo la mietitura ai primi di Settembre arrivava un momento di riposo per i nostri compaesani, “le feste”. Già dal giorno prima si allestiva, sotto il campanile, il palco della musica dalla forma rotonda, grande, per contenere almeno 50 elementi dell’orchestra; con tanti lampioni bianchi sferici che alla sera si illuminavano creando un’atmosfera magica. Inoltre arrivavano presto con i loro furgoncini i venditori ambulanti per accaparrarsi una buona posizione dove montare i loro banchi. C’era chi vendeva dolciumi e caramelle colorate, chi giocattoli e trombette; non mancava mai il banco delle noccioline che emanava l’inconfondibile profumo accattivante della tostatura.
            Nel giorno della festa venivamo svegliati presto dagli spari e subito dopo dal suono della banda (almeno questa è rimasta). Io mi affrettavo a uscire per correre dietro, insieme agli altri bambini, alla banda che faceva il giro del paese. Famose e molto richieste erano quelle di Capistrello, di Manopello e di Introdacqua.
            Tutti uscivano ben vestiti, gli uomini in giacca e cravatta e le donne con i migliori abiti da cerimonia. Ci si recava in Chiesa per la Santa Messa e poi per la processione. Quando la processione raggiungeva l’aia si ripetevano gli spari che a me bambino spaventavano un po’ come ai piccioni della nostra colombaia che volavano in tutte le direzioni. Al passaggio della processione le finestre e i balconi venivano addobbati con le coperte più belle in segno di rispetto e di saluto alla Madonna e a S. Anatolia. Queste coperte di lana pesante avevano colori accesi ma prevaleva il rosso.
            Ricordo il nome del parroco Don Fortunato molto amico del medico condotto Di Rocco.          
Alla sera, tutti sistemati intorno al palco, con le sedie portate da casa, si ascoltava la musica in religioso silenzio come nei migliori teatri. Il maestro dirigeva con la bacchetta in un’atmosfera solenne pezzi d’opera e musica classica.
            Chiusura: chiudo i miei ricordi con la memoria di una visione celestiale nel vero senso della parola: il cielo stellato che si osservava dalla terrazza di casa. Le stelle apparivano numerosissime e talmente luminose da togliere il fiato. La Via Lattea era chiarissima con direzione da Campo Tussio a S. Pio. Mio padre mi indicava l’Orsa Maggiore e Minore e la Stella Polare. Lo spettacolo diventava ancora più emozionante fra il 10 e il 12 Agosto quando il cielo veniva solcato in tutte le direzioni dalle “stelle cadenti”; da allora mi sono appassionato alla astronomia. La visione della volta celeste era possibile perché l’illuminazione pubblica era scarsissima (da S. Pio si contavano a Tussio solo tre luci mentre a S.Pio se ne contavano sette).
            Un breve accenno a un argomento attuale: i terremoti. Spesse volte di notte eravamo svegliati da un tintinnio dei vetri della finestra e dal tremore della specchiera del lavabo in camera. Mia madre rivolgeva lo sguardo al lampadario che oscillava “Oddio il terremoto”. Mio Zio Beniamino, buontempone, se la rideva del nostro spavento, però ci consigliava di metterci sotto l’architrave delle porte che per lui era il posto più sicuro. Erano terremoti di breve durata per cui ci si dimenticava subito dello spavento.
            L’ultima emozione Tussio me l’ha regalata lo scorso anno quando verso sera, rientrando in macchina, mi sono imbattuto in un cervo che attraversava la strada prima della doppia curva. Mi sono fermato, anche lui si è fermato guardandomi; a quel punto ho azionato l’alzacristalli elettrico abbassando il vetro per vederlo meglio; è bastato quel minimo fruscio per metterlo in fuga.
            Sono certo che Tussio continuerà a darci ancora tante emozioni non solo a me ma anche alle mie figlie Luciana e Olga che grazie anche a mia moglie Rosanna hanno imparato ad amare. Ai miei nipotini Laura, Adriano e Mariasole si illumina il viso quando sentono parlare di Tussio.
            Ho intenzione di far scolpire su una lastra di pietra da fissare sulla parete di casa una frase latina che riassume il mio stato d’animo quando sono lì “ HEIC MIHI IUSTA QUIES TUTA VIRTUS AEQUA MENS”.
            Queste parole sintetiche della lingua latina si possono cosi tradurre: questo luogo mi regala meritato riposo, incrollabile virtù e mente serena.

Carlo Mastrangelo, Roma 1947. Medico specialista in otorinolaringoiatria.

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Fabrizio Ciccarelli

È junt

 

Una mattina di luglio come tante a Silvi Marina, arrabbiato più che mai in quanto obbligato a stare in quel posto infelice (*) mi accingevo a raggiungere la spiaggia. Nulla lì mi rendeva felice: né i bagni, né le partite pomeridiane di calcio, nemmeno le sfide con le biglie di plastica sulle piste di sabbia. La mia testa, il mio cuore erano altrove. Il pensiero era costantemente rivolto a Tussio.    Cosa staranno facendo i miei amici? mancherò loro? quante cose avranno da raccontarmi ad agosto mentre io ... Quell’estate il pensiero era se possibile ancora più fisso: ero stato “accettato “dai “grandi “; potevo stare loro vicino in piazza, quando passavo mi salutavano e in alcuni straordinari momenti venivo promosso da raccattapalle (compito durissimo soprattutto se il pallone prendeva la via della Faina) a portiere nelle interminabili partite di calcio in piazza della Chiesa. Silvi era troppo piccola per contendere a quel mondo così troppo più grande anche solo una parte della mia estate.        
            Mentre mi accingevo a togliere la t-shirt sotto l’ombrellone, il mio sguardo carpì un articolo, corredato di foto, sul quotidiano Il Tempo che mio zio Giovanni acquistava quotidianamente. Probabilmente non compresi appieno il senso dell’articolo, ma leggere i nomi di Mauro, Luigino e Vittorio, i miei nuovi amici “grandi” e della loro incredibile scoperta, fu di gran lunga sufficiente per capire che non potevo stare più lì, in quel posto, mentre a Tussio accadevano cose fantastiche, irripetibili.Tornai a casa, m’infilai qualcosa di meno balneare, rubai più soldi possibili e mi diressi verso la stazione ferroviaria di Silvi Marina che conoscevo molto bene, in quanto prendevamo spesso con la mia mamma il treno per Pescara. Lì giunto cercai la prima corriera per L’Aquila.Fu un viaggio interminabile, durante il tragitto mi posi un milione di domande. L’ansia di arrivare il prima possibile mi divorava, non potevo più perdere un solo minuto. Giunto al bivio di San Pio saltai fuori dalla corriera, 3 km di corsa (n.d.r. in salita) ed eccomi in piazza in uno stato che non riuscirei a descrivere neanche se ci pensassi un secolo.
            Tussio, il mio Tussio, il centro del mondo, della terra, dell’universo!Ed io ero finalmente lì a carpire più notizie possibili dalle labbra dei più grandi, degli anziani, ad afferrare tutto quello che potevo, a respirare a pieni polmoni quell’aria così densa, così carica di eventi. L’accoramento della mia mamma, di mio zio Giovanni, del mio papà, l’ho compreso molti anni dopo quando sono divenuto padre anch’io. Come ho potuto fare una cosa simile? Come andò veramente con i collegamenti telefonici tra mio zio a Silvi, il mio papà a L’Aquila e mio nonno Gabriele a Tussio? Capirono in tempo, per non disperarsi, che la mia scomparsa aveva un’unica causa? Che sì, ero fuggito, ma in fondo si sapeva dove avrei terminato la mia fuga. Una cosa è certa: quando fui avvistato a Tussio, mio nonno Gabriele, forse l’unico che si aspettava quanto accaduto, fu immediatamente avvisato. Silvio Rossi fu convocato e mio nonno avrebbe dovuto dirgli qualcosa del genere: “Silvio, mi dovresti fare un piacere. Puoi telefonare a Tonino e dirgli che Fabrizio è arrivato e sta bene”. Ma il tussiano è sintetico; nonno, senza guardare Silvio, disse soltanto: è junt.


(*) non me ne vogliano gli operatori turistici della ridente cittadina balneare teramana, ma in quel momento la vivevo come … “posto infelice”. In realtà frequento Silvi e ci torno almeno un mese ogni estate con la famiglia.


Fabrizio Ciccarelli nato a L ’Aquila il 30 luglio 1963 e ivi residente in via Costa Masciarelli 20

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La mia proposta era di pubblicare un racconto per autore. Ma qualcuno ne ha mandato uno in più e vale la pena di condividerlo.

 

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Giuseppe (Pino) Barbato

Il Professore

 

            Il posto più importante di Tussio sono le panchine sotto la torre. Non hanno una importanza storica o architettonica ma sociale.  Quando si gira per il paese è tappa d’obbligo fermarsi lì. Se c’è qualcuno ti fermi e cominci a parlare, se hai qualcosa da dire, o ad ascoltare, se non hai niente da dire.
            Se non c’è nessuno, ti siedi e aspetti, prima o poi qualcuno arriverà. Nel frattempo puoi goderti la vista della piana, il fondale del Gran Sasso o farti rapire dalle autovetture che come formiche vedi passare sulla statale.
            Un pomeriggio, mentre stavo seduto da solo a contemplare il paesaggio davanti a me, arriva una persona, anziana, vestito elegantemente, facile all’approccio e sicuro di sé.
            Prende subito in mano le redini della conversazione e mi domanda chi sono e che ci faccio a Tussio.
            Non è un interrogatorio ma un modo gentile di coinvolgermi.
            Racconto che sono rimasto stregato dal paese e che ho comprato una casa per trascorrerci le vacanze.
            Con fare da affabulatore navigato mi racconta come anche lui sia ritornato dopo lunga assenza al suo paese e come abbia rimesso a posto la sua vecchia casa per poter finalmente trascorrerci la vecchiaia.
            È ancora impegnato nel lavoro ma appena può viene a Tussio e si riposa.
            In un turbinio crescente mi racconta storie diverse, da quando era giovane e si era dovuto nascondere dai tedeschi che lo cercavano perché aiutava i partigiani, a storie su alcuni personaggi del paese a me sconosciuti.
            Passando di palo in frasca, ma sempre con un filo conduttore come i vecchi cantastorie, mi indica il Gran Sasso e mi fa notare come il profilo della montagna assomiglia a una fanciulla addormentata: la bella addormentata.
            Seguo le sue indicazioni e davanti ai miei occhi si materializza la figura. Non ci avevo mai fatto caso.
            Poi, non so come, indirizza la sua conversazione su quello che, scoprirò nel tempo, è il suo cavallo di battaglia. Ripeto, non so come ma a un certo punto la conversazione riguarda San Pio delle Camere.
            Il narratore afferma che è il paese più bello del mondo e fa in modo che uno chieda perché. Anch’io cado nella trappola e chiedo:
             - Perché?
            - Perché quando apri le finestre, vedi Tussio -.
            Questa è la risposta che divertito mi dà e che nel corso degli anni sentirò ripetere tante altre volte alle persone che lo ascoltano.
 Nel frattempo altre persone si sono unite a noi e tutti hanno ascoltato, qualcuno per l’ennesima volta, la storia con rispettoso silenzio.
            D’altronde ho imparato che in quel posto magico che sono le panchine sotto la torre, è bello sentire i racconti degli amici anche più e più volte, come si faceva una volta che la storia era tramandata oralmente e la ripetizione serviva per imprimerla nella mente così come quando da bambino si studiavano le poesie.
            Si è fatto tardi per lui, saluta e va via.
            Domando chi era e mi dicono che è Giovanni Leonardis, professore di medicina attualmente primario a Roma presso il Sant’Eugenio.
            Molti altri pomeriggi e mattine ho avuto il piacere e il privilegio di ascoltare i suoi racconti seduti sulle panchine, e sempre ho apprezzato il suo modo semplice e dolce di raccontare sulle persone.
            Lo stesso tratto gentile e al tempo stesso appassionato ho ritrovato nel suo libro di racconti intitolato “La Bella Addormentata”.
            Ora che non c’è più, mi ritrovo a leggere il libro e a ripensare al suo modo magico di raccontare e mi sento un privilegiato ad averlo conosciuto.
            È stato bravo a fissare in un libro questi suoi racconti e mi chiedo chi fisserà i tanti racconti di Giovanni, di Luigi, di Carlo, di Toni e di tutti gli altri cantori di Tussio.

 

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Toni Santogrossi

Il forno comunale e il fornaio

 

            Al rito della cottura del pane, per opera del fornaio, mi piace dare rilevanza.
            Il forno comunale di Tussio era, ed è ancora oggi, in piazza, di fronte alla chiesa, nella parte inferiore di una costruzione, sicuramente residuo del Castello. Il forno era ampio: poteva cuocere anche quaranta filari di pane contemporaneamente. Il filare è la pagnotta allungata il cui peso variava, comunque si aggirava sui quattro - cinque chili.
            I fornai che ricordo erano: Brisittë: Vincenzo De Santis, Lenino Pietrangeli, Miuccio: Gino Ranalli.
            Al forno “cuocevano” tutte le donne di Tussio, o meglio, tutte le donne che facevano il pane.
            Perché fare il pane era un compito che svolgevano solo le donne.
            Il pane fatto in casa si conservava in cantina, e durava circa quindici giorni. Quando stava per terminare si andava dal fornaio e si “segnava il pane” – prenotava la cottura –.  Ovvero si diceva al fornaio: “mi prenoto per il prossimo forno – infornata -, segnami due o tre o quattro filari”; cioè la quantità di pane da cuocere. Quando il forno “era pieno”, aveva raggiunto la quota massima di capienza, il fornaio, un paio di giorni prima dell’infornata, passava per il paese e annunciava, alle donne che avevano prenotato, di preparare la “missanna” per il giorno stabilito. La vigilia della cottura, tutte le famiglie portavano e lasciavano fuori dal forno, ceppi e legna, in quantità proporzionata ai filari che si cuocevano. Almeno così avrebbe dovuto essere. Invece, approfittando che, normalmente, nessuno vedeva l’altro, si portavano scarti di legna, ceppi vecchi, e, comunque, poco efficaci per la funzione che dovevano svolgere: scaldare il forno. Al forno si bruciavano, volutamente, anche rovi e “spini” perché davano un aroma buono, caratteristico e gradevole. All’epoca, però, non tutti avevano legna; allora si dava qualche “soldo” al fornaio affinché provvedesse lui a fornirla per conto della famiglia sprovvista.
            La mattina successiva, di buonora, il fornaio accendeva il forno. Quindi, prevedendo l’ora in cui sarebbe stato caldo, passava per il paese avvisando di ammassare la missanna perché alla tale ora si sarebbe infornato. 
            Il forno era caldo quando la volta di mattoni refrattari diventava bianca. A questo punto la brace prodotta dal fuoco, acceso al centro del manufatto, si spostava da un lato con una pala e un gancio fissato su un palo. Per ripulire i mattoni roventi del fondo dalla cenere si passava ru mùnnërë. Oggi potrebbe essere il “mocio” che si usa per lavare i pavimenti.
Allora, ru mùnnërë era fatto da stracci legati a un lungo palo. A lato dell’imboccatura del forno c’era una pila piena d’acqua nella quale si bagnava, si strizzava e si lavava. L’acqua corrente, allora, non c’era. Il fornaio la cambiava a lungo ed era nera come il carbone. Qualche donna si lagnava del fatto che l’acqua fosse così sporca, qualcun’altra, invece, diceva che il fornaio, quando aveva lo stimolo ed era sudato, per non uscire fuori, ci pisciava dentro ma … ‘nnzè mórtë mai nisciunë.
            Per stabilire l’ordine per infornare il fornaio faceva la conta: tutte le donne in circolo: ognuna con le dita di una mano “buttava” il numero che voleva, si sommavano i numeri,e, a partire da una donna scelta prima dell’inizio della riffa, si contava, stabilendo così l’ordine da seguire. Il sistema popolare ma giusto ed equo era importante per stabilire l’ordine per infornare, perché le pagnotte infornate per prime era più “belle”, cotte meglio. Di un bel colore.
            Prima del pane si cuocevano le pizze che si portavano con ru capisterë .Per la cottura delle pizze occorreva circa mezz’ora. Dopo, le donne portavano la tavola dë  lë panë  coni filari, sulla testa, sopra ru trócchië.
            Ogni donna dava un pugno di pasta con la quale si faceva il filare per il fornaio, che arrivava a pesare anche un chilo e mezzo, e con la rimanenza, si sigillava la porta del forno attaccando, in prossimità della chiusura, l’impasto. All’apertura del forno, ri riscicaregli, o riscichitti – cioè la pasta del pane posta intorno al coperchio del forno, - cotti, rimanevano al fornaio.
            Il fornaio era pagato un tanto a filare. Un filare, come abbiamo detto, pesava anche quattro o cinque chili.  Allora, qualcuna, faceva i filari grandi, più grandi possibile. Ma “ci vuole limite alla decenza” come si dice in dialetto. Infornare e sfornare, su una pala. Un peso simile era una grande fatica. E poi la bocchetta del forno aveva “quella grandezza”. Si racconta che una donna portò, per risparmiare, un filare enorme. Miuccio avvisò la donna che il pane, una volta cotto, non sarebbe passato dalla bocchetta. La donna insistette a volerlo infornare così com’era e, a cottura avvenuta, il pane non uscì dall’apertura del forno e bruciò con la rimanenza della brace.
            Ricordo che dopo aver infornato, Brisittë, Vincenzo De Santis, “cacciava” tutte le donne fuori e, aiutato dalla moglie, Ninetta, o dalla figlia, Clorinda, si cambiava la “maglia di sotto” fatta a mano con la lana di pecora, naturalmente.

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Ersilia Cialfi

I sapori e gli odori della mia infanzia

 

            Un periodo magico l’infanzia: indimenticabile spensieratezza e gioia di vivere nella semplicità più assoluta. Avere un giocattolo: una rarità. Creatività, inventiva. Non era permesso annoiarsi: il gioco a campana, ruba bandiera, le briccole, anello anello, saltare a corda, un due tre stella... e altri ancora.
            Raramente si restava chiusi in casa, con il bel tempo, in estate, dopo la scorpacciata di ciliegie, si tornava a cercare le piccacelle dolcissime: ciliegie essiccate o bucate dagli uccelli. E, nascosta tra i rovi l’uva spina – uva cëlletta -, un piccolo frutto, bianco, molto succoso. Eravamo golosi anche di un’erbetta a trifoglio – l’acetella – che, ricordo, si trovava presso un macero  - una pietraia - in via del Giardinello: un sapore aspro, acidulo, particolare.         
            Dopo la fioritura dei mandorli, a primavera, ecco i mandorlicchi, piccole mandorle aspre e succose. E che festa in autunno con le moricole ... e frutta e noci e mandorle.
            Con piacere ricordo lo scambio di aiuto tra le famiglie al tempo di scartocciare le mazzocche e l’attesa, poi, di scisciarare le mazzocche:una vera festa. Dopo il lavoro o si mangiava o si ballava! Trovare una mazzocca rossa permetteva, al giovane maschio, di dare un bacio alla ragazza desiderata.
            Come non ricordare le nostre camere da letto. Un vero e proprio simposio di profumi: uva appesa ai bastoni sul soffitto; ai muri appese scertëlë – treccedi granoturco; noci e mandorle a seccare sotto i letti; sul comò melacotogneper spargere ancora profumi e collane di sorvë – sorbe – attaccate a qualche chiodo in parete.
            Qualcuno sicuramente sorriderà o storcerà il muso, ma in quel tempo, per noi, era la normalità in assoluto e si contribuiva al benessere e all’esigenza della famiglia.
            A Pasqua, il suono incessante e gioioso delle campane, il profumo dei biscotti e torte cotte al forno aleggiava ancora nell’aria, ma, per i bambini, c’era la sorpresa di tante uova di gallina, lessate e colorate. Per le bambine, un dolce a forma di bambola con un uovo sulla pancia, per i maschietti un gallo con una bella cresta e un uovo al centro del dolce.
            A Natale bastava il ramo di un rovo abbellito da qualche fiocco colorato; qualche caramella, noci avvolte in carta dorata, una stella luminosa ritagliata e non poteva mancare, per la gioia di tutti, qualche mandarino e arancio – purtiallo – una rarità e un profumo intenso e deciso tanto da conservarne anche le bucce. Sapori, profumi così intensi e forti che s’impongono ai ricordi e che mi riportano piacevolmente indietro nel tempo.
            In fondo in fondo non era poi tutto così idilliaco perché, a volte, i bambini dovevano aiutare o partecipare ai lavori dei grandi: pascolare agnellini, andare alla fontana a prendere l’acqua, raccogliere noci e mandorle, accudire il fratellino più piccolo o aiutare la mamma nelle pulizie della casa.
            Ma, nonostante tutto, nel raccontare prevale la nostalgia, il rimpianto e non smetterei mai di stupirmi e di stupire perché nella semplicità del vissuto, il ricordo della mia infanzia mi appare sempre più unico. Felice di poterlo raccontare come una favola ... alle mie nipoti incredule!

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Angelo Colangeli

Ru segnë ru bandista? Unë o du?

 

            Ricordo una particolare ronda aggirarsi per le stradine di Tussio nella prima settimana di agosto, o giù di li. Erano “quelli del comitato” che uscivano per il “foglio”. Si trattava di 2/3 persone del comitato che organizzava i festeggiamenti in onore di Sant’Anatolia e della Madonna Addolorata, che si tenevano la prima domenica di settembre e il Lunedì successivo, conosciute come le feste di settembre.
            Armati di quaderno e penna, passavano famiglia per famiglia e annotavano l’offerta economica promessa. Offerta che sarebbe poi stata riscossa il giorno della festa, durante il giro mattutino con la banda. A quei tempi (all’incirca fino alla fine degli anni ’70) una annotazione era importante, a fianco del nome della famiglia: “il bandista” uno o due.
            Come ricordano bene quelli della mia generazione, infatti, i componenti della banda che avrebbe suonato alla festa venivano ospitati nelle famiglie per il pranzo, in modo che non avrebbero pesato economicamente sulle spese della festa. Questa era la motivazione pratica, ma la vera radice stava nel fatto che alle feste di allora non si era semplici spettatori, non si assisteva alla festa ma: “si faceva la festa”.
            Tutti o quasi i membri della comunità contribuivano aldilà dell’offerta economica e, per i tussiani doc, era un onore assumersi certi oneri cosi come partecipare all’organizzazione della festa stessa.
            Un altro quaderno passava di comitato in comitato negli anni, quello degli indirizzi dei tussiani all’estero ai quali si scriveva per ricordare l’evento e ricevere cosi un’offerta. Ricordo che con i tempi di allora, non certo online, se non si era solleciti a scrivere subito, le offerte degli emigranti arrivavano a festa ormai conclusa.
            Torniamo al bandista. Non c’erano regole precise nell’assegnazione dei bandisti alle famiglie, il comitato con le famiglie che avevano dato la disponibilità gestivano la cosa la mattina della festa, nella prima uscita della banda e soprattutto al rientro della processione, quando ormai nelle case le tavole erano imbandite e il profumo dei sughi e degli agnelli al forno aveva preso il sopravvento.
            Pranzi succulenti e genuini fatti dalle abili mani delle padrone di casa, secondo le ricette della tradizione e gli usi familiari, che ai master chef di oggi gli farebbero un contro baffo.
            C’era poi chi il bandista se lo sceglieva con attenzione, come mio padre e quelli come lui che al pranzo della festa davano un’importanza particolare, oggi sarebbe ritenuta di sicuro esagerata. Forse perché molti di quella generazione, come lui, avevano trascorso lunghi anni all’estero da emigranti e invece di succulenti pranzi avevano masticato l’amaro della vita.
            Ricordo con tenerezza che quando ritornava la banda in piazza dopo il primo giro, all’incirca erano le 9-9:30, era lì che squadrava i componenti in cerca di chi riteneva di suo gradimento, scambiandoci battute e sorrisi.
            Certo che per sostenere un pranzo con Dantuccio dall’antipasto all’”ammazza” caffè, bisognava essere una buona  forchetta e reggere bene l’alcol del vino rosso di sua produzione … quello tosto! Oltre ad avere il senso dell’umorismo per sorridere ai suoi aneddoti e storielle. Ma lui aveva un test infallibile, l’invitava subito a casa a fare colazione, vista anche la vicinanza con la piazza. Caffe? Cornetto? Penseranno i giovani. No! La tradizione voleva che si assaggiasse la coratella dell’agnello che di lì a poco sarebbe finito nel forno. Un piatto profumato, accompagnato dalle patate e innaffiato da un paio di bicchieri. Lui era contento di sapere chi avrebbe avuto a pranzo insieme ai parenti, che non mancavano mai in nessuna casa il giorno della festa a Tussio, come negli altri borghi vicini.
            Cosi dopo aver controllato come procedeva la sua Maria in cucina, se ne usciva soddisfatto a godersi le chiacchierate in piazza.
            Confesso che soprattutto da bambino questi estranei mi mettevano molta curiosità, davano un tocco in più all’atmosfera di festa, speravo sempre che fosse il bandista che suonava il tamburo o i rullanti per potermi esibire anch’io. Comunque ci provavo sempre pure con la tromba, fino a quando il bandista impietosito la prendeva e si esibiva a volte anche in segno di ringraziamento per l'ospitalità ricevuta.
            Certo quando capitava che si creava sintonia tra il bandista e mio padre“sta fresco il capo banda a chiamare”. Il suo bandista era quasi sempre l’ultimo all’appello per il giro del pomeriggio.     Che dire poi di quando uno degli ultimi bandisti che io ricordi, si fece trasportare dalla compagnia particolarmente allegra di quell’anno e cadde nella trappola dei brindisi. Alla fine del pranzo chiese un letto per una pennichella … se lo vennero a riprendere la sera quando riparti la banda. Lui sentenziò: “ne’n cë stannë più ri bandisti dë na vota” (non ci stanno più i bandisti di una volta).

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Gianluca De Benedictis

Uno scherzo da cartolina

 

            Tussio, metà degli anni ’50 del secolo scorso. Eravamo un gruppo di ragazze adolescenti, vivaci, spigliate e intraprendenti in un paese arroccato sulla Piana di Navelli, dove gli abitanti, per la maggior parte, erano contadini e dove le strade, in terra battuta, venivano percorse ancora dai carretti trainati dagli asini o dai cavalli.
            In un caldo pomeriggio assolato, sulla piazza di Tussio, ci venne voglia di fare uno scherzo memorabile, per creare un po' di scompiglio nella vita calma e monotona di tante famiglie paesane. Così comprammo alcune cartoline ed iniziammo ad inserire, nella parte del destinatario, il nome, cognome e indirizzo di tanti uomini del paese, tutti mariti e padri di famiglia. Il testo scritto nella cartolina, per tutti, era sempre lo stesso: “E’ stato bellissimo l’altra sera stare con te. Vediamoci tra tre giorni al solito posto”. Come mittente, scrivevamo “Sabrina”.
            La parte più intrigante del piano prevedeva che le cartoline non fossero ricevute dagli uomini cui erano inviate, ma venissero ritirate dalle mogli, affinché le leggessero all’insaputa dei loro mariti. Per far questo, le cartoline non venivano affrancate (peraltro, non avevamo neanche i soldi per comprare i francobolli…) e, una volta spedite e giunte a destino, venivano trattenute dall’ufficio postale di Tussio, in quanto non potevano essere consegnate senza affrancatura o senza il pagamento dei diritti postali.
            L’avviso di giacenza era consegnato presso l’abitazione dei destinatari e ritirato materialmente dalle mogli, che si trovavano a casa mentre i loro mariti lavoravano nei campi. In tal modo, le mogli scoprivano che i loro uomini avevano ricevuto una misteriosa cartolina: all’epoca, i contadini di Tussio raramente ricevevano posta e quelle cartoline, il cui arrivo era inatteso, dovevano contenere qualcosa di importante. Iniziava così un pellegrinaggio riservato e silenzioso di tante mogli all’ufficio postale nel quartiere “da collë”, decise a scoprire cosa stesse succedendo.
            Le signore, a una a una, si recavano alla posta, pagavano i diritti postali, ritiravano le cartoline e, con fare circospetto e nel più stretto riserbo, ne leggevano il contenuto: noi ragazze, appostate nei pressi dell’ufficio postale, potevamo osservare il viso paonazzo e furente delle mogli dopo aver letto quel messaggio amoroso inviato ai loro mariti da una donna sconosciuta. Peraltro, era lecito pensare che la mittente Sabrina fosse, sotto falso nome, una donna di Tussio o, al limite, dei paesi vicini, visto che la vita di tutta la comunità si consumava tra quelle case o nella campagna circostante.
            In qualche caso, fuori dall’ufficio postale, a qualcuna chiedevamo maliziosamente: “Tutto bene? E’ successo qualcosa? Hai ricevuto brutte notizie? Sei un po' scura in volto….”.Tutte, ovviamente, negavano, un po' per la vergogna e un po' per mantenere la più assoluta riservatezza sulla vicenda. Nessuna voleva far sapere ad altri dell’arrivo della cartolina e dell’interesse della misteriosa Sabrina nei confronti del proprio marito. Ma proprio la negazione e l’ostentata segretezza alimentavano ancora di più il sospetto reciproco fra le donne del paese.
            Noi ragazze, intanto, osservavamo, con fare sornione e divertito, gli sguardi sospettosi, imbarazzati e furibondi delle donne destinatarie delle cartoline e le tensioni sotto traccia che si percepivano tra le paesane per le strade di Tussio. In qualche caso, potevamo vedere come le mogli si spingessero fino in campagna, per verificare che i mariti si recassero effettivamente a lavorare nei campi e non ad incontrare la sconosciuta “rivale”. Tutte sospettavano di tutti, mentre noi eravamo le uniche a conoscere esattamente come fossero andate le cose.
            In realtà, in questa situazione, chi subiva le conseguenze più pesanti, all’interno delle mura domestiche, erano i mariti infedeli a loro insaputa, che venivano insultati e rimproverati per peccati che non avevano mai commesso.
            Con il passare del tempo, visto che nessuno era riuscito a dare un volto e una identità alla fantomatica Sabrina, la vita era tornata ai suoi ritmi lenti e monotoni. Noi, ovviamente, abbiamo sempre negato di essere le autrici delle false cartoline, perché se ci avessero scoperte avremmo passato parecchi guai, tenuto conto del trambusto creato.
            Solo molti anni dopo, in una fresca serata estiva, quasi per caso, ci siamo messe a raccontare la vicenda ai nostri figli ormai grandi, che ascoltavano divertiti e, forse, anche un po' ammirati per la genialità dello scherzo.

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Luisa Salutari

Un ricordo affettuoso per Franco e Maria Conti

 

            Ho avuto già modo di ricordare Franco Conti come: illustre e amato compaesano in occasione della giornata a lui dedicata in data 15 ottobre 2016.
            Avverto ora la necessità di continuare a rivolgere un doveroso pensiero e un ringraziamento a chi ha scelto Tussio come luogo che ha incrementato e alimentato la sua straordinaria poesia. Ritengo che le figure speciali di Franco e Maria (la maestra Maria Bruno) debbano essere considerate “tussiane” a tutti gli effetti, e non solo cittadini di adozione, in quanto hanno contribuito ad arricchire il contesto sociale con la loro impronta di alto valore culturale. Non posso parlare di Franco se non indissolubilmente associato a Maria poiché il binomio mi ha dato anche la dimensione di come si possa veramente operare in coppia pur nelle divergenze. Ricordo, ad esempio, le fasi dell’organizzazione del concorso di poesia e di narrativa che ha vivacizzato per alcuni anni la vita di Tussio e Prata; Franco e Maria sono stati i fautori di quegli eventi culturali che richiamavano concorrenti da ogni parte d’Italia contribuendo così a rendere note le nostre località. Franco era il protagonista e Maria costituiva la regista indiscussa: ogni aspetto doveva risultare perfetto per rendere la giornata indimenticabile! Il tutto era costellato anche da contrastanti punti di vista che, comunque seppur per un breve lasso di tempo, restituivano a Castel Camponeschi, una sua collocazione in un panorama culturale in cui i luoghi si fanno simboli e nello stesso tempo sostanza.
            Ci sono luoghi che imprimono un’impronta particolarmente significativa nella vita di chi li raggiunge, per scelta o per casualità; Tussio appartiene a uno di questi luoghi dove ci si può recare in compagnia di amici che amano trascorrere il fine settimana in relax e dove, insieme poi, si allestiscono indimenticabili banchetti conviviali arricchiti dalla classica arrostata festosa e chiacchiereccia.
            Franco e Maria, infatti, sono “approdati” in questo angolo di mondo, proprio con i loro amici, Lia De Rubeis e Paolo Murgo, con i quali hanno condiviso molte giornate trascorse in allegria e sana spensieratezza. Solo in un secondo tempo, è scattata la scintilla dell’innamoramento per il borgo, concretizzatosi nell’acquisto dell’abitazione (definita “bicocca” da Franco in una delle sue numerose poesie) e che tutti noi conosciamo e apprezziamo per l’accurato restauro che ne è seguito e che mette in evidenza l’amore che Franco e Maria esprimevano in ogni attività da loro intrapresa.
            A Tussio hanno trovato il “focolare”, così come Franco amava connotare questo piccolo nido, distante dal frastuono e dalla freneticità della vita cittadina. Nella loro casa, il cane ed il gatto completavano il calore e l’intimità di una vita semplice ma ricca di emozioni e sentimenti genuini.
            Tuttavia, non sempre, la rassicurante tranquillità di questo rifugio riusciva a trattenere la vivacità di Maria ed il suo spirito libero. Come concedersi una piccola evasione periodica, soprattutto quando Franco non avvertiva alcun desiderio di allontanarsi dal suo “eremo”? Una fugace ombra di rimpianto aleggiava, allora, sul suo viso poiché il possesso della patente non era mai stato considerato tra le sue prioritarie esigenze; eccola, quindi, Maria, con la sua inseparabile sigaretta, pronta alla fermata dell’autobus che l’avrebbe condotta a L’Aquila, a respirare aria di vetrine accattivanti per un appagante shopping in libertà.
            Affiorano ricordi molto vivi di due persone che, fin dal primo incontro, ho ammirato per le loro qualità umane, culturali e professionali. Ho conosciuto in modo più approfondito le straordinarie personalità di Franco e Maria, quando ho intrapreso la strada dell’insegnamento; con loro ho condiviso anni indimenticabili, in un clima di collaborazione e di fattiva intesa, dove il divario generazionale si è rivelato un valore aggiunto.
            Mi riferisco agli anni d’insegnamento nella scuola di Prata dove Maria era una vera e propria istituzione, un baluardo per l’intera comunità. Franco, in quel periodo, godeva già della pensione e avrebbe potuto tranquillamente starsene in panciolle ma … invece no: egli continuava a dedicarsi, con assoluta abnegazione, alla professione di sempre senza soluzione di continuità! La sua rassicurante presenza era insostituibile e determinante nei momenti salienti che caratterizzano, solitamente, l’anno scolastico: la recita di Natale e quella di fine anno. La chitarra di Franco, con note sicure e sapienti, accompagnava pazientemente gli stentati suoni emessi dai flauti degli alunni, timorosi di incorrere in spiacevoli quanto inaspettate stecche.
            La comunità si riuniva festosa per questi piccoli, grandi “eventi” in cui spiccava la sapiente regia di Maria, coadiuvata da tutto il team degli insegnanti che riuscivano a trasformare anche le piccole, inevitabili divergenze, in occasioni di arricchimento reciproco e di costruttiva collaborazione.
            Ho appreso molto da loro e li ricordo con infinita nostalgia; ho ammirato la dedizione e l’amore verso una professione difficile ma estremamente bella e coinvolgente. I valori veri della vita sono stati trasmessi con convinzione e fermezza alle generazioni che hanno avuto la fortuna di incontrare queste due solide figure di riferimento.
            Franco insegnante è inscindibilmente connesso a Franco poeta, raffinato custode di valori alti. Delle sue poesie, non enuncerò gli amati versi, mi limiterò soltanto a sottolineare che a Tussio, la vibrante, eclettica e sensibile espressione artistica di Franco ha trovato un naturale alveo in cui far scorrere la sua lirica di rara efficacia. La proficua attività poetica è stata corroborata e nutrita anche da questo ambiente, dove sopravvivono valori e tradizioni gelosamente custoditi da persone generose e accoglienti. Franco ha amato Tussio in modo totale e penetrante ed è stato ricambiato con lo stesso trasporto da una comunità che è stata onorata da una figura di grande spessore culturale, umano e morale. A Tussio Franco è stato gratificato dal rispetto e dalla stima incondizionata che auspico continueranno a vivere nel tempo, nei ricordi di tutti noi.
            I numerosi volumi di poesia e di narrativa che conserviamo come reliquie, ci sono stati donati con generosità da Franco e costituiscono una preziosa eredità che ha il solo scopo di regalarci emozioni, riflessioni e linfa ai sentimenti che mai dovranno percorrere il “viale del tramonto” in quanto rappresentano il senso stesso della vita.

 

14 novembre 2018

Purtroppo, con forte ritardo, è arrivato un altro interessantissimo racconto da Carlo Mastrangelo.
Posso pubblicarlo solo online.
L'informazione, anche per me, sulla presenza di una neviera a Tussio mi coglie di sorpresa e mi conferma che, da sempre, siamo moderni e all'avanguardia.

Carlo Mastrangelo

La neviera della casa dei nonni di Carlo Mastrangelo a Tussio

 

            Nella nostra casa di Tussio, accanto alla cisterna sotto la loggia, c’è una grossa pietra rettangolare ben sagomata di circa cm. 100x130 del peso di qualche quintale che copre una grossa botola. Questa pietra ha sempre suscitato la mia curiosità. Recentemente, aiutato da due amici abbiamo spostato lateralmente questa copertura e abbiamo visto un ampio vano sotterraneo a conferma di quanto mia madre mi diceva essere una neviera. Ci siamo calati con la scala all’interno e abbiamo osservato uno spazio di almeno mc.20, ben intonacato e comunicante con la cisterna, a mezza altezza, per mezzo di un foro circolare di circa cm 20 di diametro.
            In questo luogo (da considerare un frigorifero d’altri tempi) si conservava la neve raccolta d’inverno per poterla utilizzare nella stagione calda. La neve veniva pressata sia per accumularne un quantitativo maggiore sia per farla diventare ghiaccio; la superficie veniva coperta da uno strato di paglia e sopra si posizionava la suddetta grossa pietra per cui l’isolamento termico era assicurato e il ghiaccio si manteneva a lungo.
            Inevitabilmente una certa percentuale di ghiaccio nel tempo si scioglieva e, per evitare che l’acqua formatasi tutto intorno accelerasse lo scioglimento del ghiaccio, questa acqua defluiva automaticamente nella cisterna attraverso quel buco circolare di cui sopra. Nelle neviere realizzate nella nuda terra invece quest’acqua veniva assorbita dal terreno circostante.
            Questo sistema di refrigerazione era ben conosciuto dagli antichi Romani, infatti, la neve veniva prelevata dal monte Soratte che dista pochi chilometri da Roma e conservata in grosse neviere. In un libro di ricette di un certo Apicius Coelius, gastronomo durante il regno dell’imperatore Tiberio (14-37 d.C.), si parla di cibi surgelati da consumare nella stagione calda.        
L’usanza di conservare la neve per produrre ghiaccio può essere documentato in Italia dal 1.200. A Bologna ci sono ghiacciaie che risalgono proprio al 1.200 d.C. visitabili. In Sicilia l’uso di conservare la neve fu introdotto dagli Spagnoli nel 1546. Qui si scavavano fosse sulle montagne nelle quali la neve era accumulata e conservata per poi essere trasportata in città e venduta. Inizialmente la neve era a uso esclusivo dei nobili (sorbetti e bibite ghiacciate). Le neviere più grandi si trovavano sulle Madonie e sull’Etna.
            Alcune neviere sono ancora ben conservate in Puglia, in Toscana e in Sicilia. Nel Veneto si realizzavano vicino alle malghe. In Toscana una neviera menzionata da Napoleone Bonaparte nel 1814 si trovava presso il Santuario della Madonna al Monte. Sempre in Toscana dalla fine del Settecento fino agli anni Trenta (nascita e diffusione dei primi frigoriferi domestici) erano funzionanti una decina di ghiacciaie lungo il fiume Reno e sulla Montagna Pistoiese.
            Questa produzione e commercio di ghiaccio in blocchi per gli usi più disparati, dalla conservazione della carne e del pesce, fino all’uso nel campo sanitario, veniva effettuato tramite barrocci dai cosiddetti Uomini della Neve.
            Questa attività può essere considerata un tipico esempio di produzione protoindustriale.            
Spero che queste notizie abbiano suscitato la vostra curiosità e fatto conoscere uno spaccato di vita d’altri tempi.


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19 luglio 2018

Da Toni Santogrossi

 

         Carissimi compaesani e collaboratori tutti, siamo arrivati a un buon punto. Sono arrivate 29 testimonianze che “Raccontano Tussio”. Un risultato assolutamente insperato per alcuni. Io, che ho preso questa iniziativa, sono contento, però ... nella mia fantasia avevo altri numeri.        
         Come è mia abitudine prima faccio le cose e poi ne parlo. Insomma, non mi piacciono gli annunci e i proclami che, spesso, nella realtà restano tali.
         In questo caso posso parlare perché, questa volta, la riuscita del progetto, non dipendeva solo da me ma anche da voi.
         Come ho scritto, io non mi sono inventato nulla. Ho preso ad esempio il libro “Raccontami l’Abruzzo” curato da Rita La Rovere, e ho lanciato l’idea di farlo anche per Tussio.
         Nella mia immaginazione c’era la raccolta di 45/50 racconti e farne un libro. Un libro da vendere soprattutto a voi che lo avreste scritto (“non solo l’ho scritto ma me lo devo pure comprare”) e a tutti paesani, ai turisti, agli avventori e gli amatori del paese. Avrei voluto ridistribuire il ricavato al paese attraverso la Chiesa di Tussio.
         ... 29 elaborati sono pochi per fare una pubblicazione decorosa.
         Allora li pubblicherò sul sito di Tussio, www.tussio.it nella sezione “Curiosità” nel paragrafo “Raccontami Tussio”.
         Il lavoro su un sito è un lavoro “aperto”. Ovvero a esso possiamo aggiungere altri lavori che dovessero arrivare. E poi ....
         Ho chiesto agli autori, con l’invio del racconto, anche la possibilità dell’utilizzo di esso.
         Ogni consultatore del sito potrà accedervi, leggere e scaricare i lavori pubblicati su di esso.
         Per questo e per rispetto di tutti i collaboratori, diffido chiunque - a parte l’autore dell’elaborato che, del proprio, può fare quello che vuole -, a farne un uso diverso da quello sopra indicato, senza una mia esplicita e chiara autorizzazione.
         Spero arrivino ancora tanti racconti.

 

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ecco la proposta lanciata il:

4 maggio 2018

Carissimi compaesani ed estimatori di Tussio

in allegato c'è una mia proposta.

Sono sicuro che riusciremo a portarla a termine e che, infine, ne saremo soddisfatti.

Nessuno si senta obbligato. Questo lavoro sarà una ulteriore testimonianza da lasciare a chi verrà dopo di noi.
Ognuno sceglierà di contribuire, o meno, e di raccontare il nostro "piccolo mondo" con i propri occhi.

Importante: diamoci un tempo di scadenza e fissiamo per il 10 giugno 2018 il termine entro il quale devono pervenire gli elaborati.

Inviateli a me:  toni.santogrossi@libero.it

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Leggendo il libro: “raccontami L’ABRUZZO” a cura di Rita La Rovere, edizioni Tabula Fati del 2017, senza molta fantasia ma con spirito pratico e di “servizio”, ho pensato che un lavoro simile, se non uguale, si può fare anche sul nostro paese: Tussio.
Sarebbe un lavoro utile e prezioso.
I brevi racconti che, in qualche modo, siano  attinenti al paese, e/o  alle zone limitrofe, saranno scritti da chiunque: i tussiani e non tussiani.
Per paese intendo riferirsi non solo al territorio e ai prodotti, ma soprattutto alle persone, alla loro cultura, al loro insegnamento, ai ricordi ma, anche, allo sviluppo di progetti o di sogni del futuro.
Sono sicuro che la spontaneità degli “scrittori” (usato al maschile ma si intendono, ovviamente, entrambi i generi, anzi, a ben vedere, scrivono molto più le donne degli uomini ), le tante teste e visioni diverse, offrirà un panorama vario, poliedrico e forse ... inaspettato.
Vedremo il paese da mille angolature con mille occhi e cervelli diversi.
Consiglio la massima spontaneità nello scegliere e nello scrivere l’argomento.
Solo così riusciremo a tirare fuori “l’anima del paese” da questo lavoro.
La struttura è semplice. Basta darsi delle regole.
Innanzitutto più persone raccontano, meglio è.
Tutti possono farlo. Nessuno si preoccupi della capacità (chè ce l’hanno tutti) o della forma: questa sarà rivista e concordata.
Il testo deve essere massimo di 38/40 righe su foglio word normale con carattere Times news Roman corpo 12, a circa 100 battute per riga, spazi bianchi inclusi;
più 2 o 3  righe di autobiografia (io direi di mettere sempre l’anno di nascita);
più il titolo del racconto.
Purché siano poche, nel contesto del lavoro, qualcuno può anche esprimersi in poesia.
Se arriveranno tanti “contributi”, per ora, non so cosa succederà.
Una pubblicazione è probabile. Non so su quale mezzo: internet o cartaceo. Diciamo, però, che con l’invio del racconto mi autorizzate anche a utilizzarlo in questo modo.
Organizzerò, per ora, gli scritti in ordine di arrivo.
Importante: diamoci un tempo di scadenza e fissiamo per il 10 giugno 2018 il termine entro il quale devono pervenire gli elaborati.
Il tutto va inviato a: toni.santogrossi@libero.it

esempio di un racconto riportato su "raccontami l'Abruzzo"